In Francia la pena di morte è stata abolita nel 1981, le ultime esecuzioni - eseguite con la ghigliottina - risalgono al 1977.
In Gran Bretagna fino al 1967 è rimasta in vigore una legge contro gli omosessuali. Alain Turing, grande matematico e padre dell'informatica, morì suicida a soli 41 anni, in seguito alle persecuzioni subite da parte delle autorità britanniche a causa della sua omosessualità.
In Svizzera il voto alle donne fu "concesso" solo nel 1971.
In Italia le disposizioni sul "delitto d'onore" furono abrogate nell'agosto del 1981.
Ora ci sembrano tutte cose "naturali", ovvie, scontate come se ci fossero da sempre ma in realtà sono state tutte conquiste non solo recenti ma anche faticose.
Dobbiamo accettare che non esistono civiltà o culture che a priori siano "superiori", tutti gli uomini anelano alla libertà, al riconoscimento dei diritti, alla parità solo che i percorsi per arrivarci sono diversi e difficilmente possono essere "imposti" dall'estero
mercoledì 28 gennaio 2015
lunedì 3 settembre 2012
Rachel Corrie: una sentenza che uccide giustizia e verità
Rachel Corrie il 16 marzo 2003 fu schiacciata da un bulldozer israeliano mentre si opponeva alla demolizione delle case palestinesi nella Striscia di Gaza.
La corte israeliana assolve ora il criminale di guerra che l'ha uccisa, sostenendo che l’assassinio è stato un incidente.
"È un giorno triste per l’umanità, per i Corrie, per i Palestinesi, per tutti gli uomini di coscienza al mondo
Questa ultima e largamente attesa assoluzione del tribunale israeliano sottolinea quello che il Rapporto Goldstone delle Nazioni Unite ha dimostrato dopo il massacro a Gaza nel 2008-09. Con riferimento ai “vizi strutturali” del cosiddetto sistema giudiziario israeliano, il rapporto conclude che Israele non può essere considerato affidabile nell’amministrare la giustizia secondo gli standard internazionali.[Goldstone Report, paragrafo 1756]
Precisamente! In casi così numerosi da non poterli qui elencare, i tribunali israeliani hanno raramente emesso una sentenza contro i criminali ebrei-israeliani per l’assassinio o per il ferimento di palestinesi o per la distruzione deliberata delle loro proprietà. Secondo l’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din:
“… il 91% delle inchieste (da parte della polizia israeliana nei TPO) su crimini commessi da israeliani contro palestinesi e le loro proprietà sono chiuse senza rinvii a giudizio. L’84% delle inchieste sono chiuse perché gli investigatori non riescono a individuare i sospetti e le prove. … I rinvii a giudizio sono meno del 3% di questi casi.”
Anche nel 1996, nel momento di punta del cosiddetto “processo di pace,” un colono israeliano uccise con un colpo di pistola un bambino palestinese di 11 anni, Hilmi Shusha, vicino Betlemme, senza una ragione apparente. Un giudice israeliano prima assolse l’assassino dicendo che il bambino “era morto per suo conto come risultato di una pressione emozionale”. Dopo numerosi appelli e sotto la pressione della Corte Suprema che aveva definito l’atto “assassinio leggero”, il giudice riconsiderò e, mentre infuriava l’Intifada, condannò l’assassino a sei mesi di servizio in una comunità e a una multa di poche migliaia di dollari. Il padre del ragazzo accusò la corte di aver emesso una “licenza di uccidere.” [Reuters, January 22, 2001; Phil Reeves, "Fury as court frees settler, The Independent, January 22, 2001]
Gideon Levy su Haaretz descrisse allora la multa come la “fine della stagione” del prezzo da pagare per le vite dei bambini palestinesi, facendo riferimento alle risultanze di B’tselem, una organizzazione israeliana in difesa dei diritti umani, che ha documentato decine di casi simili nei quali i responsabili furono o assolti o ricevettero una tiratina di orecchie. [Gideon Levy, Haaretz, January 28, 2001]
Aggiungendo un insulto all’ingiuria, il giudice israeliano complice, in questo caso, ha insinuato che Rachel non era una “persona pensante”, a causa del suo eroico e nonviolento tentativo di contrastare un indiscutibile crimine di guerra.
Dato che i tribunali israeliani, come le loro controparti israeliane durante l’apartheid, sono state sistematicamente e in modo consistente un pilastro effettivo dell’occupazione, del colonialismo e dell’apartheid israeliani, i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità israeliani devono essere perseguiti di fronte a tribunali internazionali dove la giustizia abbia una chance di vedere un giorno la luce.
Tutto questo dovrebbe anche convincere tutti coloro che ancora hanno bisogno di essere convinti che senza una efficace campagna di boicottaggio (BDS) contro Israele, questo stato non rispetterà mai il diritto internazionale. Questa è la lezione del Sudafrica."
Omar Barghouti, BNC, Comitato Nazionale palestinese per il boicottaggio di Israele
mercoledì 22 agosto 2012
22 agosto: Overshoot day
lo scorso anno era stato il 27 settembre, è evidente che non si sta cambiando rotta...
COMUNICATO STAMPA
L'Overshoot Day è una ricorrenza internazionale che è utilissima per chiedere un cambiamento radicale nel modo di fare economia: non più crescita per la crescita ma riconversione ecologica dell'economia.
Contact: Global Footprint Network
Communications Manager Scott Mattoon (510) 839-8879 x 302 scott@footprintnetwork.org
Communications Coordinator Ryan Van Lenning (510) 839-8879 x 320 ryan@footprintnetwork.org
Per informazioni in Italia :
Roberto Brambilla r.brambilla@mclink.it www.retecivicaitaliana.it cell 338 88 03 715 uff 039 988 10 21 twitter @Roberto_Brambil
(OAKLAND, CA, USA) — 22 agosto 2012 — L'umanità ha superato il budget a disposizione per questo anno e ora sta operando in una situazione di sovraconsmo, secondo I dati forniti dal Global Footprint Network, una organizzazione internazionale di ricerca con sedi in California e Europa.
L'Earth Overshoot Day (da una idea concepita da un comitato di esperti inglese new economics foundation) aiuta a capire il divario tra ciò che la natura può rigenerare, e quanto è richiesto per sostenere le attività umane. Come una banca con l'estratto conto tiene nota delle entrate e delle uscite, così il Global Footprint Network tiene nota della domanda dell'umanità rapportata all'ammontare delle risorse naturali e dei servizi ecologici. I calcoli del Global Footprint Network mostrano che in poco meno di otto mesi, abbiamo esaurito le risorse e la capacità di neutralizzare CO2che il pianeta è in grado di fornire in un anno in maniera sostenibile.
Per il resto dell'anno, noi sosterremo il nostro deficit ecologico dando fondo alle riserve naturali e accumulando anidride carbonica nell'atmosfera.
“Varie nazioni del mondo hanno iniziato a sperimentare dolorosamente cosa significa spendere di più di ciò che si guadagna” ha detto Mathis Wackernagel, Presidente del Global Footprint Network. “La pressione sulle risorse è simile a quell'eccesso di spesa finanziaria e può diventare devastante. Conil deficit di risorse che diventa grande e il prezzo delle risorse cherimane alto, il costo per le nazioni diventa insopportabile.”
La nostra “sovra spesa ecologica” è diventata un circolo vizioso,con cui erodiamo sempre di più il capitale mentre il nostro livello di consumo, o di spesa, cresce. I costi sociali ed economici potrebbero essere spaventosi.
“Dai prezzi dei combustibili fossili che spiccano il volo ai zoppicanti debiti delle nazioni in parte dovuti ai crescenti prezzi delle risorse naturali, le nostre economie si stanno confrontando con la realtà dovuta ad anni di spese superiori ai nostri mezzi. “Se vogliamo mantenere società stabili e livelli di vita soddisfacenti, non possiamo sostenere più a lungo una situazione caratterizzata da un sempre maggior divario tra ciò che la natura è capace di fornirci ogni anno in modo sostenibile e ciòdi cui le nostre infrastrutture, economie e stili di vita hanno bisogno” ha detto Mathis Wackernagel.
Per la maggior parte della nostra storia, l'umanità ha usato I “servizi” della natura – per costruire città e strade, approvvigionarsi di cibo e creare prodotti, assorbire la CO2generata - ad una velocità che era ben al di dentro delle capacità della Terra, ma a un certo momento, negli anni '70 , abbiamo oltrepassato una soglia critica. La domanda dell'umanità ha superato di gran lunga ciò che il pianeta può produrre in maniera rinnovabile ed è quindi caduta nel sovra consumo ecologico (overshoot).
Oggi l'umanità sta usando l'equivalente di poco più di 1,5 volte il valore delle risorse e dei servizi ecologici del pianeta. Se l'attuale andamento continua senza cambiamenti, siamo sulla strada di richiedere le risorse di due pianeti per la metà di questo secolo.
L'Overshoot Ecologico e l'Economia Globale
Sebbene la recessione globale che iniziò nell'Ottobre 2008 ha fatto rallentare la domanda dell'umanità relativa a risorse e assorbimento di CO2, il nostro consumo è tuttora in crescita. Per invertire veramente gli andamenti senza il rischio di generare una flessione economica più grande, ilimiti delle risorse dovrebbero stare al centro dell'attenzione dei processi decisionali. L'attuale andamento delle risorse non può accordarsi con I bisogni di una popolazione, tuttora crescente, di 7 miliardi di persone. Circa due miliardi di persone non hanno accesso alle risorse per soddisfare I bisogni di base. Non appena milioni di persone delle economie emergenti entrano nella “classe media”, il nostro consumo di risorse e il deficit ecologico mondiale può solo aumentare.
L'impronta ecologica della Cina – cioè, la sua domanda di risorse naturali e di servizi – è la più grande del mondo, anche se l'impronta pro capite resta modesta. Sebbene la sua economia cresca e il popolo prosperi, tuttavia, la popolazione della Cina e il crescente consumo pro capite avrà un sempre più grande impatto sul deficit ecologico del mondo. Ma vediamo come gli andamenti del consumo delle singole nazioni influiscono sull'overshoot globale: la domanda pro capite degli Stati Unitiè equivalente alla produzione di più di quattro pianeti Terra e se tutta l'umanità consumasse a quel livello saremmo andati in overshoot il 28 marzo. La domanda dell'Italia è pari alla produzione di due Terre e mezza e, similmente, saremmo andati in overshoot il 23 maggio. La domanda pro capite del Brasile richiede le risorse di poco meno di due Terre e quindi l'overshoot sarebbe avvenuto il 6 luglio. In Qatar, il cittadino medio richiede le risorse di cinque Terre.
Nel corso degli ultimi anni, crisi finanziarie, disordini civili e le catastrofi ambientali hanno scosso diverse nazioni. L'Earth Overshoot Day ci manda un serio richiamo circa i rischi legati agli eccessi di spesa ecologica, non solo per l'umanità nel suo insieme, ma per le nazioni,le città e le imprese, il cui successo a lungo termine e la stabilità dipendono da un accesso durevole alle risorse naturali e da un loro consumo sostenibile.
È possibile cambiare il corso e invertire le tendenze attuali di consumo. Il Global Footprint Network e la sua rete di partner stanno lavorando con le organizzazioni, i governi e le istituzioni finanziarie in tutto il mondo per prendere decisioni che siano allineate con la realtà ecologica, decisioni che possano contribuire a colmare il deficit del bilancio ecologico e portare ad un futuro prospero a dispetto del mutevole e impegnativo andamento delle risorse,
“Ora è tempo di trovare nuovi modi di gestire le nostre economie che possano continuare a funzionare in futuro” ha detto Mathis Wackernagel “Un recupero a lungo termine avrà successo solo se avviene grazie a una sistematica riduzione della nostra domanda di risorse e di servizi degli ecosistemi.”
Organizzazioni in tutto il mondo daranno rilievoall' Earth Overshoot Day con eventi per aumentarela consapevolezza circa il sovraconsumo ecologico dell'umanità. Global Footprint Network ospiterà unaTweet Chat su Twitter (@EndOvershoot) usando l' hashtag #OvershootDay alle 8am, 1pm, and 6pm (Pacific Standard Time) del 22 Agostoper discutere l'Overshoot ecologico e come si calcola l'Impronta ecologica.
Il Global Footprint Network è una organizzazione internazionale di ricerca impegnata a portare al centro dei processi decisionali i tema dei limiti ecologici proponendo l'uso dell'impronta ecologica, uno strumento per la gestione delle risorse che misura quanta natura abbiamo, quanta ne usiamo, e chi usa cosa.
Per sapere di più circa l'Earth Overshoot Day, andare su:
http://www.footprintnetwork.
org/en/index.php/GFN/page/ earth_overshoot_day/
Per calcolare la vostra impronta ecologica personale e sapere come potete ridurla andare su
http://www.footprintnetwork.
org/calculator
COMUNICATO STAMPA
L'Overshoot Day è una ricorrenza internazionale che è utilissima per chiedere un cambiamento radicale nel modo di fare economia: non più crescita per la crescita ma riconversione ecologica dell'economia.
Contact: Global Footprint Network
Communications Manager Scott Mattoon (510) 839-8879 x 302 scott@footprintnetwork.org
Communications Coordinator Ryan Van Lenning (510) 839-8879 x 320 ryan@footprintnetwork.org
Per informazioni in Italia :
Roberto Brambilla r.brambilla@mclink.it www.retecivicaitaliana.it cell 338 88 03 715 uff 039 988 10 21 twitter @Roberto_Brambil
(OAKLAND, CA, USA) — 22 agosto 2012 — L'umanità ha superato il budget a disposizione per questo anno e ora sta operando in una situazione di sovraconsmo, secondo I dati forniti dal Global Footprint Network, una organizzazione internazionale di ricerca con sedi in California e Europa.
L'Earth Overshoot Day (da una idea concepita da un comitato di esperti inglese new economics foundation) aiuta a capire il divario tra ciò che la natura può rigenerare, e quanto è richiesto per sostenere le attività umane. Come una banca con l'estratto conto tiene nota delle entrate e delle uscite, così il Global Footprint Network tiene nota della domanda dell'umanità rapportata all'ammontare delle risorse naturali e dei servizi ecologici. I calcoli del Global Footprint Network mostrano che in poco meno di otto mesi, abbiamo esaurito le risorse e la capacità di neutralizzare CO2che il pianeta è in grado di fornire in un anno in maniera sostenibile.
Per il resto dell'anno, noi sosterremo il nostro deficit ecologico dando fondo alle riserve naturali e accumulando anidride carbonica nell'atmosfera.
“Varie nazioni del mondo hanno iniziato a sperimentare dolorosamente cosa significa spendere di più di ciò che si guadagna” ha detto Mathis Wackernagel, Presidente del Global Footprint Network. “La pressione sulle risorse è simile a quell'eccesso di spesa finanziaria e può diventare devastante. Conil deficit di risorse che diventa grande e il prezzo delle risorse cherimane alto, il costo per le nazioni diventa insopportabile.”
La nostra “sovra spesa ecologica” è diventata un circolo vizioso,con cui erodiamo sempre di più il capitale mentre il nostro livello di consumo, o di spesa, cresce. I costi sociali ed economici potrebbero essere spaventosi.
“Dai prezzi dei combustibili fossili che spiccano il volo ai zoppicanti debiti delle nazioni in parte dovuti ai crescenti prezzi delle risorse naturali, le nostre economie si stanno confrontando con la realtà dovuta ad anni di spese superiori ai nostri mezzi. “Se vogliamo mantenere società stabili e livelli di vita soddisfacenti, non possiamo sostenere più a lungo una situazione caratterizzata da un sempre maggior divario tra ciò che la natura è capace di fornirci ogni anno in modo sostenibile e ciòdi cui le nostre infrastrutture, economie e stili di vita hanno bisogno” ha detto Mathis Wackernagel.
Per la maggior parte della nostra storia, l'umanità ha usato I “servizi” della natura – per costruire città e strade, approvvigionarsi di cibo e creare prodotti, assorbire la CO2generata - ad una velocità che era ben al di dentro delle capacità della Terra, ma a un certo momento, negli anni '70 , abbiamo oltrepassato una soglia critica. La domanda dell'umanità ha superato di gran lunga ciò che il pianeta può produrre in maniera rinnovabile ed è quindi caduta nel sovra consumo ecologico (overshoot).
Oggi l'umanità sta usando l'equivalente di poco più di 1,5 volte il valore delle risorse e dei servizi ecologici del pianeta. Se l'attuale andamento continua senza cambiamenti, siamo sulla strada di richiedere le risorse di due pianeti per la metà di questo secolo.
L'Overshoot Ecologico e l'Economia Globale
Sebbene la recessione globale che iniziò nell'Ottobre 2008 ha fatto rallentare la domanda dell'umanità relativa a risorse e assorbimento di CO2, il nostro consumo è tuttora in crescita. Per invertire veramente gli andamenti senza il rischio di generare una flessione economica più grande, ilimiti delle risorse dovrebbero stare al centro dell'attenzione dei processi decisionali. L'attuale andamento delle risorse non può accordarsi con I bisogni di una popolazione, tuttora crescente, di 7 miliardi di persone. Circa due miliardi di persone non hanno accesso alle risorse per soddisfare I bisogni di base. Non appena milioni di persone delle economie emergenti entrano nella “classe media”, il nostro consumo di risorse e il deficit ecologico mondiale può solo aumentare.
L'impronta ecologica della Cina – cioè, la sua domanda di risorse naturali e di servizi – è la più grande del mondo, anche se l'impronta pro capite resta modesta. Sebbene la sua economia cresca e il popolo prosperi, tuttavia, la popolazione della Cina e il crescente consumo pro capite avrà un sempre più grande impatto sul deficit ecologico del mondo. Ma vediamo come gli andamenti del consumo delle singole nazioni influiscono sull'overshoot globale: la domanda pro capite degli Stati Unitiè equivalente alla produzione di più di quattro pianeti Terra e se tutta l'umanità consumasse a quel livello saremmo andati in overshoot il 28 marzo. La domanda dell'Italia è pari alla produzione di due Terre e mezza e, similmente, saremmo andati in overshoot il 23 maggio. La domanda pro capite del Brasile richiede le risorse di poco meno di due Terre e quindi l'overshoot sarebbe avvenuto il 6 luglio. In Qatar, il cittadino medio richiede le risorse di cinque Terre.
Nel corso degli ultimi anni, crisi finanziarie, disordini civili e le catastrofi ambientali hanno scosso diverse nazioni. L'Earth Overshoot Day ci manda un serio richiamo circa i rischi legati agli eccessi di spesa ecologica, non solo per l'umanità nel suo insieme, ma per le nazioni,le città e le imprese, il cui successo a lungo termine e la stabilità dipendono da un accesso durevole alle risorse naturali e da un loro consumo sostenibile.
È possibile cambiare il corso e invertire le tendenze attuali di consumo. Il Global Footprint Network e la sua rete di partner stanno lavorando con le organizzazioni, i governi e le istituzioni finanziarie in tutto il mondo per prendere decisioni che siano allineate con la realtà ecologica, decisioni che possano contribuire a colmare il deficit del bilancio ecologico e portare ad un futuro prospero a dispetto del mutevole e impegnativo andamento delle risorse,
“Ora è tempo di trovare nuovi modi di gestire le nostre economie che possano continuare a funzionare in futuro” ha detto Mathis Wackernagel “Un recupero a lungo termine avrà successo solo se avviene grazie a una sistematica riduzione della nostra domanda di risorse e di servizi degli ecosistemi.”
Organizzazioni in tutto il mondo daranno rilievoall' Earth Overshoot Day con eventi per aumentarela consapevolezza circa il sovraconsumo ecologico dell'umanità. Global Footprint Network ospiterà unaTweet Chat su Twitter (@EndOvershoot) usando l' hashtag #OvershootDay alle 8am, 1pm, and 6pm (Pacific Standard Time) del 22 Agostoper discutere l'Overshoot ecologico e come si calcola l'Impronta ecologica.
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Il Global Footprint Network è una organizzazione internazionale di ricerca impegnata a portare al centro dei processi decisionali i tema dei limiti ecologici proponendo l'uso dell'impronta ecologica, uno strumento per la gestione delle risorse che misura quanta natura abbiamo, quanta ne usiamo, e chi usa cosa.
Per sapere di più circa l'Earth Overshoot Day, andare su:
http://www.footprintnetwork.
org/en/index.php/GFN/page/
Per calcolare la vostra impronta ecologica personale e sapere come potete ridurla andare su
http://www.footprintnetwork.
org/calculator
martedì 22 maggio 2012
Gli insegnamenti della Coppa America di Saverio Pastor e Giuliana Longo
Gli
insegnamenti della Coppa America
Ringraziamo
Alberto Sonino per il coraggio dimostrato nel proporre a Giorgio Orsoni di
portare a Venezia questa tappa dell’America’s Cup. Quindi ringraziamo anche il
Sindaco e l’Amministrazione per essere riusciti ottimamente in questa impresa.
E’
stata una grande occasione per noi veneziani: abbiamo imparato che l’Arsenale
si può con successo aprire alla città ed abbiamo avuto la conferma che per
elezione il suo ruolo principe può ben continuare ad essere legato alla nautica.
Abbiamo
visto Venezia tornare capitale della civiltà dell’acqua e migliaia di persone
assieparsi su rive, ponti e, ancor meglio, sulle barche per assistere ad eventi
sportivi comunque misteriosi ai più.
Abbiamo
visto che il Bacino San Marco può essere interdetto al traffico anche per un
consistente lasso di tempo.
Abbiamo
appreso che le nostre barche a vela al terzo, armate con rispetto delle
tradizioni, sono affascinanti anche per i campioni della vela più tecnica.
Abbiamo
ammirato gli esercenti ravvivare una delle vie più belle della città con una
memorabile tavolata imbandita con le specialità della nostra cucina più tipica.
Abbiamo
visto con emozione la flottiglia di catamarani venire incontro al grande corteo
a remi della Sensa: la marineria tipica e tradizionale
salutata dal massimo della tecnica e modernità della vela.
Quindi d’ora
in poi vogliamo tornare, come cittadini, sulle nostre rive ed in Arsenale ad
ammirare eventi nautici e sulle nostre barche, magari in legno e con vela al
terzo, a vivere la laguna; torneremo in calle ed in campo organizzando tra
vicini tavole imbandite. Vogliamo vedere ancora le acque del Bacino e della laguna
rispettate e ripulite da traffico e moto ondoso. Con i nostri cortei andremo
incontro e faremo un bell’alzaremi a tutti coloro che dimostreranno amore per
la città e la laguna.
Certamente
America’s Cup ha beneficiato in immagine ma è questo uno sfruttamento che possiamo
accettare, perché a impatto zero e perché proiezione nel futuro di ciò che Venezia
è stata: marineria pura.
Altri
sono gli sfruttamenti inaccettabili: i maxicartelloni pubblicitari sui cantieri
(quello di Prada sulla Zecca francamente inopportuno), le maxinavi a 10/15
ponti, il turismo in infradito vomitato da centinaia di granturismo
indifferenti al moto ondoso provocato.
Saverio
Pastor
Giuliana
Longo
artigiani
lunedì 5 marzo 2012
No Tav, il rito funebre dell'autorità dello Stato di Michela Murgia - 1 Marzo 2012
Mandare le forze dell'ordine in tenuta anti-sommossa a manganellare chi esprime il suo dissenso non è un esercizio di autorità, ma l'ammissione pubblica di averla definitivamente perduta insieme al diritto di pretenderla. I fatti della Val di Susa, in questo senso, segnano uno spartiacque
Riporto anche qui un editoriale scritto per il numero di marzo di E-il mensile di Emergency, da qualche giorno in edicola. Alla luce dei fatti di questi ultimi giorni, ribadisce quello che penso del modo in cui lo Stato italiano ha scelto di affrontare la sacrosanta protesta popolare contro l'inutile opera della TAV. Solidarità totale ai valsusini in lotta per difendere il loro territorio.
L'estate scorsa lo Stato - non il governo, ma proprio lo Stato - ha permesso che in Val di Susa si celebrasse a suon di manganelli il rito funebre della propria autorità. Si è sbagliato tre volte. Il primo errore è stato credere che si potesse rubricare come cronaca locale la protesta della gente del movimento NoTav, in prevalenza giovani, anziani e famiglie che con i loro sindaci quel giorno marciavano in pace contro le ruspe. Il secondo errore è la modalità violenta con cui le forze dell'ordine hanno scelto di relazionarsi con quel dissenso, segnando una svolta definitiva nel registro di gestione dei rapporti tra le istituzioni governative e le proteste popolari in Italia, tutte. Il terzo errore si è compiuto nelle scorse settimane, quando le conseguenze di quei fatti sono proseguite fino all'arresto di 23 attivisti del movimento, con capi di imputazione che vanno dalla violenza alla resistenza a pubblico ufficiale. Si tratta di un atto giudiziario che, al di là delle appurabili responsabilità personali, è stato interpretato dalla popolazione resistente della Val di Susa come una risposta formale delle istituzioni all'intero movimento NoTav, che suona alle loro orecchie più o meno così: "badate che, se si arriva allo scontro definitivo, noi abbiamo i mezzi per imporci e voi non avete quelli per opporvi senza rinunciare alla legalità".
La percezione di questo messaggio ha trasformato la lotta dei NoTav in una battaglia simbolica che interessa tutte le forme di resistenza popolare che in Italia stanno agendo in forma organizzata contro decisioni statali ritenute lesive per i territori e chi li abita. I manganelli in Val di Susa hanno reso chiaro che non è più possibile ignorare la frattura tra la volontà dello Stato e le volontà della popolazione, non fosse altro perché - dagli studenti alle partite iva, dai forconi siciliani ai pastori sardi - quella frattura sta portando in strada sempre più persone, sebbene con diversa fondatezza, chiarezza e talvolta anche legittimità.
La questione della Val di Susa in questo scenario magmatico è un paradigma, perché è il solo caso in cui la violenza sia emersa forzatamente dopo anni di resistenza - per quanto inflessibile, comunque pacifica. I NoTav non possono rinunciare alla legalità per far valere le proprie ragioni, perché significherebbe perdere quell'autorevolezza etica che sin dall'inizio ha smosso il consenso popolare intorno alle ragioni del movimento, facendo sorgere solidarietà anche da molto oltre i confini territoriali del futuribile tracciato ferroviario dell'alta velocità. Ma la forza dei NoTav sta tutta dentro a un paradosso: nei sistemi democratici il tipo di autorevolezza sociale di cui il movimento dispone dovrebbe in realtà essere un patrimonio morale dello Stato, in quanto incarnazione strutturale dell'autorità collettiva; ma cosa può succedere quando quel deposito di consenso tacito comincia ad appartenere proprio a chi contesta le decisioni dello Stato?
L'esercizio di dell'autorità etica funziona solo se è retto da una relazione di reciproco riconoscimento tra due soggetti con ruoli chiari: questa è la base della pace sociale ed è in virtù di questo che gli atti di autorità per loro stessa natura non dovrebbero incontrare alcuna opposizione da parte di coloro ai quali sono diretti. Dato per buono il fatto che in una democrazia c'è sempre la possibilità teorica di opporsi, deve esistere da parte della popolazione la rinuncia cosciente e volontaria a servirsene: è solo questa rinuncia che consente allo Stato di essere normativo. In questa dialettica l'uso della forza non solo non è previsto, ma è proprio escluso, perché contraddittorio.
Quando uno Stato deve usare la forza contro i suoi stessi cittadini - come è accaduto con le proteste popolari NoTav - significa che questo meccanismo è andato in frantumi. Mandare le forze dell'ordine in tenuta anti-sommossa a manganellare chi esprime il suo dissenso non è un esercizio di autorità, ma l'ammissione pubblica di averla definitivamente perduta insieme al diritto di pretenderla. I fatti della Val di Susa segnano uno spartiacque proprio perché rivelano con chiarezza come in questo paese il patto di riconoscimento reciproco tra il diritto dello Stato a imporsi e la rinuncia delle popolazioni a opporsi sia venuto meno in maniera clamorosa, insinuando in un numero sempre maggiore di persone la certezza che la difesa del bene comune non possa passare, né ora né mai più, dalle mani che stringono il manico di un manganello.
Riporto anche qui un editoriale scritto per il numero di marzo di E-il mensile di Emergency, da qualche giorno in edicola. Alla luce dei fatti di questi ultimi giorni, ribadisce quello che penso del modo in cui lo Stato italiano ha scelto di affrontare la sacrosanta protesta popolare contro l'inutile opera della TAV. Solidarità totale ai valsusini in lotta per difendere il loro territorio.
L'estate scorsa lo Stato - non il governo, ma proprio lo Stato - ha permesso che in Val di Susa si celebrasse a suon di manganelli il rito funebre della propria autorità. Si è sbagliato tre volte. Il primo errore è stato credere che si potesse rubricare come cronaca locale la protesta della gente del movimento NoTav, in prevalenza giovani, anziani e famiglie che con i loro sindaci quel giorno marciavano in pace contro le ruspe. Il secondo errore è la modalità violenta con cui le forze dell'ordine hanno scelto di relazionarsi con quel dissenso, segnando una svolta definitiva nel registro di gestione dei rapporti tra le istituzioni governative e le proteste popolari in Italia, tutte. Il terzo errore si è compiuto nelle scorse settimane, quando le conseguenze di quei fatti sono proseguite fino all'arresto di 23 attivisti del movimento, con capi di imputazione che vanno dalla violenza alla resistenza a pubblico ufficiale. Si tratta di un atto giudiziario che, al di là delle appurabili responsabilità personali, è stato interpretato dalla popolazione resistente della Val di Susa come una risposta formale delle istituzioni all'intero movimento NoTav, che suona alle loro orecchie più o meno così: "badate che, se si arriva allo scontro definitivo, noi abbiamo i mezzi per imporci e voi non avete quelli per opporvi senza rinunciare alla legalità".
La percezione di questo messaggio ha trasformato la lotta dei NoTav in una battaglia simbolica che interessa tutte le forme di resistenza popolare che in Italia stanno agendo in forma organizzata contro decisioni statali ritenute lesive per i territori e chi li abita. I manganelli in Val di Susa hanno reso chiaro che non è più possibile ignorare la frattura tra la volontà dello Stato e le volontà della popolazione, non fosse altro perché - dagli studenti alle partite iva, dai forconi siciliani ai pastori sardi - quella frattura sta portando in strada sempre più persone, sebbene con diversa fondatezza, chiarezza e talvolta anche legittimità.
La questione della Val di Susa in questo scenario magmatico è un paradigma, perché è il solo caso in cui la violenza sia emersa forzatamente dopo anni di resistenza - per quanto inflessibile, comunque pacifica. I NoTav non possono rinunciare alla legalità per far valere le proprie ragioni, perché significherebbe perdere quell'autorevolezza etica che sin dall'inizio ha smosso il consenso popolare intorno alle ragioni del movimento, facendo sorgere solidarietà anche da molto oltre i confini territoriali del futuribile tracciato ferroviario dell'alta velocità. Ma la forza dei NoTav sta tutta dentro a un paradosso: nei sistemi democratici il tipo di autorevolezza sociale di cui il movimento dispone dovrebbe in realtà essere un patrimonio morale dello Stato, in quanto incarnazione strutturale dell'autorità collettiva; ma cosa può succedere quando quel deposito di consenso tacito comincia ad appartenere proprio a chi contesta le decisioni dello Stato?
L'esercizio di dell'autorità etica funziona solo se è retto da una relazione di reciproco riconoscimento tra due soggetti con ruoli chiari: questa è la base della pace sociale ed è in virtù di questo che gli atti di autorità per loro stessa natura non dovrebbero incontrare alcuna opposizione da parte di coloro ai quali sono diretti. Dato per buono il fatto che in una democrazia c'è sempre la possibilità teorica di opporsi, deve esistere da parte della popolazione la rinuncia cosciente e volontaria a servirsene: è solo questa rinuncia che consente allo Stato di essere normativo. In questa dialettica l'uso della forza non solo non è previsto, ma è proprio escluso, perché contraddittorio.
Quando uno Stato deve usare la forza contro i suoi stessi cittadini - come è accaduto con le proteste popolari NoTav - significa che questo meccanismo è andato in frantumi. Mandare le forze dell'ordine in tenuta anti-sommossa a manganellare chi esprime il suo dissenso non è un esercizio di autorità, ma l'ammissione pubblica di averla definitivamente perduta insieme al diritto di pretenderla. I fatti della Val di Susa segnano uno spartiacque proprio perché rivelano con chiarezza come in questo paese il patto di riconoscimento reciproco tra il diritto dello Stato a imporsi e la rinuncia delle popolazioni a opporsi sia venuto meno in maniera clamorosa, insinuando in un numero sempre maggiore di persone la certezza che la difesa del bene comune non possa passare, né ora né mai più, dalle mani che stringono il manico di un manganello.
venerdì 4 novembre 2011
4 novembre: nulla da festeggiare di Lorenzo Guadagnucci
La festa del 4 novembre non e' solo il frutto di una stucchevole retorica militarista, e' anche un estremo e violento paradosso storico. Si festeggia, o si pretende di festeggiare, una "vittoria", ossia la fine della prima guerra mondiale, che fu in realta' un odioso massacro, nel quale perirono masse di cittadini, appena arruolati - e' il caso di dirlo - nello stato italiano e inviati al fronte a sostenere inutili e sanguinose battaglie. Si celebra in questa data un evento tragico, che segno' anche il tramonto di grandi ideali di rinnovamento sociale e di fratellanza fra i popoli.
Il dilemma sull'entrata in guerra, all'inizio del secolo scorso, spacco' il socialismo internazionale, che pareva destinato a disegnare un nuovo modo di guardare al mondo, lontano dai nazionalismi che hanno segnato tragicamente la storia europea. Sappiamo come ando'. Le sinistre di ogni paese si allinearono ai poteri dominanti in nome dell'unita' nazionale e della difesa (o meglio della volonta' di potenza) della patria e si arrivo' a una guerra fratricidia che fece da premessa allo sfacelo delle societa' europee, aprendo la strada a fascismo e nazismo.
Non c'e' proprio nulla da festeggiare. Il 4 novembre e' una data che dovrebbe farci arrossire di vergogna e che puo' avere oggi un'unica utilita': ricordare ai cittadini che coltivano ideali di giustizia sociale, quali e quanti errori sono stati commessi per non "tradire la patria" e per seguire la logica militarista e violenta che i poteri costituiti indicano come "naturale" e che i piu' accettano per pigrizia e conformismo.
Il 4 novembre, al giorno d'oggi, puo' servire solo a ricordare che siamo un paese in guerra e che la guerra e' diventata una condizione pressoche' permanente della nostra societa', al punto che in piena crisi economica, alla vigilia di un possibile se non probabile fallimento delle finanze pubbliche, di tutto si parla meno che dei necessari (e benefici) tagli delle insensate spese militari che stiamo sostenendo.
Siamo alla paralisi delle coscienze, siamo all'annichilimento del pensiero critico. Per i cittadini coscienti di se', e' il momento di ribellarsi, di farsi sentire, di rivendicare il diritto di scegliere (e di rigettare la festa del 4 novembre e tutto cio' che rappresenta).
martedì 25 ottobre 2011
Veglia (Ungaretti)
Veglia
Un'intera nottata buttato vicino a un compagno massacrato con la sua bocca digrignata volta al plenilunio con la congestione delle sue mani penetrata nel mio silenzio ho scritto lettere piene d'amore Non sono mai stato tanto attaccato alla vita
giovedì 6 ottobre 2011
Noi, latinoamericani di Ferreira Gullar
NOI, LATINO-AMERICANI
Siamo tutti fratelli
ma non perché abbiamo
la stessa madre e lo stesso padre:
è che abbiamo lo stesso socio
che ci imbroglia.
Siamo tutti fratelli
non perché dividiamo
lo stesso tetto o la stessa mensa:
abbiamo la stessa spada
sopra la testa.
Siamo tutti fratelli
non perché abbiamo
la stessa culla, lo stesso cognome:
abbiamo lo stesso percorso
di furia e fame.
Siamo tutti fratelli
non perché sia lo stesso il sangue
che in corpo abbiamo:
ciò che è uguale è il modo
come lo versiamo.
(Ferreira Gullar)
martedì 4 ottobre 2011
"Contro la televisione", Pasolini
Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l'adesione ai modelli imposti dal Centro, è tale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L'abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la "tolleranza" della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all'organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d'informazioni. Le strade, la motorizzazione ecc. hanno oramai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d'informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l'intero paese che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un'opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè - come dicevo - i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un "uomo che consuma", ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane. L'antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l'unico fenomeno culturale che "omologava" gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale "omologatore" che è l'edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo. Non c'è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s'intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina). Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo?
No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d'animo collettivi. Per esempio, i sottoproletari, fino a pochi anni fa, rispettavano la cultura e non si vergognavano della propria ignoranza. Anzi, erano fieri del proprio modello popolare di analfabeti in possesso però del mistero della realtà. Guardavano con un certo disprezzo spavaldo i "figli di papà", i piccoli borghesi, da cui si dissociavano, anche quando erano costretti a servirli. Adesso, al contrario, essi cominciano a vergognarsi della propria ignoranza: hanno abiurato dal proprio modello culturale (i giovanissimi non lo ricordano neanche più, l'hanno completamente perduto), e il nuovo modello che cercano di imitare non prevede l'analfabetismo e la rozzezza. I ragazzi sottoproletari - umiliati - cancellano nella loro carta d'identità il termine del loro mestiere, per sostituirlo con la qualifica di "studente". Naturalmente, da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo borghese, che essi hanno subito acquisito per mimesi). Nel tempo stesso, il ragazzo piccolo borghese, nell'adeguarsi al modello "televisivo" - che, essendo la sua stessa classe a creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale - diviene stranamente rozzo e infelice. Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio "uomo" che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali. La responsabilità della televisione, in tutto questo, è enorme. Non certo in quanto "mezzo tecnico", ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere. Non c'è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l'aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l'anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l'ha scalfita, ma l'ha lacerata, violata, bruttata per sempre.
(Pierpaolo Pasolini, "Corriere della Sera", 9 dicembre 1973)
"Considero valore", di Erri De Luca
Considero valore ogni forma di vita,
la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale,
l'assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finché dura un pasto,
un sorriso involontario,
la stanchezza di chi non si è risparmiato,
due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varrà più niente
e quello che oggi vale ancora poco.
Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua,
riparare un paio di scarpe,
tacere in tempo,
accorrere ad un grido,
chiedere permesso prima di sedersi,
provare gratitudine senza ricordarsi di che.
Considero valore sapere in una stanza dov'è il nord,
qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo,
la clausura della monaca,
la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.
Considero valore l'uso del verbo amare e l'ipotesi che esista un creatore.
Molti di questi valori non ho conosciuto.
Erri De Luca
martedì 27 settembre 2011
il 27 settembre è l'overshoot day
(OAKLAND, CA, USA) – L'umanità sta sorpassando il budget naturale a sua disposizione per questo anno, e ora è in rosso, secondo i dati del Global Footprint Network, una organizzazione di ricerca internazionale con uffici in California e a Ginevra.
Come un estratto conto di banca riporta le entrate e le uscite, il Global Footprint Network (GFN) tiene conto del fabbisogno umano di natura (per esempio per fornire cibo, produrre materie prime e assorbire CO2) rispetto alla capacità della natura di rigenerare queste risorse e assorbire i rifiuti. I calcoli del GFN dimostrano che - approssimativamente in nove mesi - il fabbisogno di risorse dell'umanità ha sorpassato il livello che il pianeta è in grado di fornire in modo sostenibile per questo anno.
Per la restante parte dell'anno, sosterremo il nostro deficit ecologico esaurendo le riserve naturali e accumulando CO2 nell'atmosfera. “E' come se spendeste il vostro salario annuale in nove mesi, cioè tre mesi prima che l'anno sia finito e consumaste i risparmi anno dopo anno. Abbastanza in fretta finireste il vostro capitale” ha detto Mathis Wackernagel Presidente del Global Footprint Network.
Il fatto di “spendere” al di là delle nostre possibilità è diventato un circolo vizioso, nel quale noi sprofondiamo sempre più alla stessa velocità con cui il nostro fabbisogno di natura aumenta. “Dalla crescita rapida dei prezzi del cibo agli esplosivi effetti del cambiamento climatico, le nostre economie stanno iniziando a confrontarsi con la realtà di anni di consumi al di sopra delle possibilità” ha detto Mathis Wackernagel. “Se vogliamo mantenere società stabili e vite dignitose, non possiamo continuare a far allargare il divario tra ciò che la natura è capace di fornire e ciò che le nostre infrastrutture, economie e stili di vita richiedono”.
Andare incontro ai bisogni di 7 miliardi di personePer una gran parte della storia, l'umanità ha usato i “servizi naturali” per costruire città e strade, rifornirsi di cibo e produrre manufatti e assorbire la CO2 generata dalle attività umane ad una velocità che era ben al di dentro di ciò che la natura era in grado di rigenerare. Ma, in un certo giorno del 1970, abbiamo superato la soglia critica. La richiesta di risorse alla natura da parte dell'umanità ha cominciato a superare in velocità ciò che poteva essere prodotto in modo rinnovabile, un fenomeno conosciuto come “sovraconsumo” (overshoot).
I calcoli preliminari del 2011 del Global Footprint Network mostrano che stiamo usando le risorse ad un tasso che richiederebbe tra 1,2 e 1,5 pianeti per restare in un ambito sostenibile. Il nostro studio ci mostra incamminati verso la necessità di due pianeti ben prima della metà del secolo.
Questo anno, l'Earth Overshoot Day arriva mentre le Nazioni Unite sta prevedendo che la popolazione umana raggiunga i 7 miliardi in un giorno verso la fine ottobre. L'andamento attuale delle risorse pone con insistenza una domanda: come faremo ad andare incontro ai bisogni di una popolazione crescente? A supportare l'aumentato consumo, visto che milioni di persone delle economie emergenti raggiungono le nutrite fila della classe media? A sostenere i due miliardi di persone attualmente in vita che mancano dell'accesso a una quantità sufficiente di risorse per i bisogni di base?
“Permettere di vivere buone vite a tutti gli abitanti del mondo è certamente possibile – ma non sarà possibile usando lo sviluppo ad alta intensità di risorse e i modelli di crescita che abbiamo adottato nel passato,” dice Juan Carlos Morales Direttore del Research and Standards presso il Global Footprint Network. “Ciò significa cercare nuovi modelli di progresso e di prosperità che limitino la domanda di beni ecologici. Ciò significa anche conservare le risorse che abbiamo risparmiato come una continua fonte di benessere piuttosto che liquidarle subito per fare cassa.”
Abbiamo ridotto l' Overshoot globale?L'Earth Overshoot Day (basato su una idea escogitata da NEF - new economics foundation, una fondazione che sta in Inghilterra) aiuta a cogliere il divario tra ciò che la natura può rigenerare e quanto è correntemente richiesto per sostenere le attività dell'uomo. Ovviamente non è possibile determinare con una precisione del 100% l'esatto momento in cui sforiamo il nostro budget. Stiamo costantemente lavorando per raggiungere migliori set di dati e metodi che possano aiutare a cogliere con più precisione il momento in cui il consumo dell'umanità supera l'apporto di risorse naturali. Ma non possiamo contare tutti i pesci! Quindi, l' Earth Overshoot Day è più pensato come una stima piuttosto che una data esatta.
I calcoli del Global Footprint Network fatti lo scorso anno circa l'impronta ecologica e la biocapacità hanno fatto posizionare l'Earth Overshoot Day alcune settimane prima rispetto a quello di questo anno. Questo ha fatto nascere la domanda circa una diminuzione dell'Overshoot.
La risposta sfortunatamente è NO. Il Global Footprint Network è costantemente impegnato a migliorare i suoi calcoli e i set di dati che sono alla base per determinare l'Earth Overshoot Day: da quanto precede deriva che la sua data varia di anno in anno.
Al presente, stiamo iniziando alcune revisioni sul modo in cui confrontiamo la produttività rispetto alle differenti aree geografiche e ai tipi di terreno, su come – per esempio - teniamo conto della produzione di una foresta in Russia e delle aree di pesca del Cile in un unico numero standardizzato. Se guardiamo a quando l' Earth Overshoot Day sarebbe caduto nel tempo sulla base di queste nuove ipotesi (che stiamo ancora verificando), avremmo visto che la “sovraspesa” continua a crescere anno dopo anno. (Per maggiori informazioni vedere “Informazioni aggiuntive per la stampa”e pervedere quando l'Earth Overshoot Day sarebbe caduto nel tempo usando le ipotesi d'uso più corrente).
La nostra metodologia cambia e può continuare a cambiare, ma indipendentemente da quale approccio scientifico abbiamo usato e quali miglioramenti metodologici abbiamo adottato per cercare di tenere conto del fabbisogno umano e della produzione naturale, l'andamento rimane sempre lo stesso: noi siamo in uno stato di “sovraspesa” e la “sovraspesa” continua a crescere. Con qualsiasi analisi noi consumiamo ben al di là delle nostre possibilità e il debito si sta aggravando.
Il “quando” è meno importante del “quanto” che si traduce in un debito ecologico crescente e gli interessi che stiamo pagando su quel debito: carenza di cibo, le popolazioni di animali selvaggi in caduta libera, la scomparsa delle foreste, il degrado della produttività delle terre e la crescente CO2 nella atmosfera e negli oceani, con devastanti costi umani e monetari.
L'Overshoot e l'economia globaleContrariamente alla recessione globale, l'andamento delle risorse indica che sin da ottobre del 2008, la domanda di risorse dell'umanità è stata in crescita, anche se meno velocemente dei primi otto anni del millennio.
Ci sono sempre più prove che il rapido crescere dei costi delle risorse, in particolare cibo ed energia, abbia giocato un ruolo di primo piano nell'accelerare se non nel far esplodere, l'attuale flessione mondiale. Ora stiamo tentando di fare una svolta creando posti di lavoro e stabilizzando le nostre economie. Ma ciò dipende da uno stabile apporto di risorse.
“Se la limitazione delle risorse si rafforza ancora, vivremo la situazione di quando si tenta di risalire su una scala mobile che scende” ha detto Mathis Wackernagel. “Ora che tentiamo di ricostruire le nostre economie sane e robuste, è proprio il momento di proporre delle modalità che siano valide e adatte per il futuro. Un recupero di lungo termine avrà successo e sarà durevole solo se avviene contemporaneamente ad una sistematica riduzione della nostra dipendenza dalle risorse.
E' possibile invertire la rotta. Il Global Footprint Network e la rete di partner stanno lavorando con i singoli, le organizzazioni e i governi del mondo per far prendere decisioni che siano allineate col la realtà ecologica – decisioni che possano contribuire a colmare il deficit del bilancio ecologico e portare ad un futuro prospero a dispetto del mutevole e impegnativo andamento delle risorse,
Come un estratto conto di banca riporta le entrate e le uscite, il Global Footprint Network (GFN) tiene conto del fabbisogno umano di natura (per esempio per fornire cibo, produrre materie prime e assorbire CO2) rispetto alla capacità della natura di rigenerare queste risorse e assorbire i rifiuti. I calcoli del GFN dimostrano che - approssimativamente in nove mesi - il fabbisogno di risorse dell'umanità ha sorpassato il livello che il pianeta è in grado di fornire in modo sostenibile per questo anno.
Per la restante parte dell'anno, sosterremo il nostro deficit ecologico esaurendo le riserve naturali e accumulando CO2 nell'atmosfera. “E' come se spendeste il vostro salario annuale in nove mesi, cioè tre mesi prima che l'anno sia finito e consumaste i risparmi anno dopo anno. Abbastanza in fretta finireste il vostro capitale” ha detto Mathis Wackernagel Presidente del Global Footprint Network.
Il fatto di “spendere” al di là delle nostre possibilità è diventato un circolo vizioso, nel quale noi sprofondiamo sempre più alla stessa velocità con cui il nostro fabbisogno di natura aumenta. “Dalla crescita rapida dei prezzi del cibo agli esplosivi effetti del cambiamento climatico, le nostre economie stanno iniziando a confrontarsi con la realtà di anni di consumi al di sopra delle possibilità” ha detto Mathis Wackernagel. “Se vogliamo mantenere società stabili e vite dignitose, non possiamo continuare a far allargare il divario tra ciò che la natura è capace di fornire e ciò che le nostre infrastrutture, economie e stili di vita richiedono”.
Andare incontro ai bisogni di 7 miliardi di personePer una gran parte della storia, l'umanità ha usato i “servizi naturali” per costruire città e strade, rifornirsi di cibo e produrre manufatti e assorbire la CO2 generata dalle attività umane ad una velocità che era ben al di dentro di ciò che la natura era in grado di rigenerare. Ma, in un certo giorno del 1970, abbiamo superato la soglia critica. La richiesta di risorse alla natura da parte dell'umanità ha cominciato a superare in velocità ciò che poteva essere prodotto in modo rinnovabile, un fenomeno conosciuto come “sovraconsumo” (overshoot).
I calcoli preliminari del 2011 del Global Footprint Network mostrano che stiamo usando le risorse ad un tasso che richiederebbe tra 1,2 e 1,5 pianeti per restare in un ambito sostenibile. Il nostro studio ci mostra incamminati verso la necessità di due pianeti ben prima della metà del secolo.
Questo anno, l'Earth Overshoot Day arriva mentre le Nazioni Unite sta prevedendo che la popolazione umana raggiunga i 7 miliardi in un giorno verso la fine ottobre. L'andamento attuale delle risorse pone con insistenza una domanda: come faremo ad andare incontro ai bisogni di una popolazione crescente? A supportare l'aumentato consumo, visto che milioni di persone delle economie emergenti raggiungono le nutrite fila della classe media? A sostenere i due miliardi di persone attualmente in vita che mancano dell'accesso a una quantità sufficiente di risorse per i bisogni di base?
“Permettere di vivere buone vite a tutti gli abitanti del mondo è certamente possibile – ma non sarà possibile usando lo sviluppo ad alta intensità di risorse e i modelli di crescita che abbiamo adottato nel passato,” dice Juan Carlos Morales Direttore del Research and Standards presso il Global Footprint Network. “Ciò significa cercare nuovi modelli di progresso e di prosperità che limitino la domanda di beni ecologici. Ciò significa anche conservare le risorse che abbiamo risparmiato come una continua fonte di benessere piuttosto che liquidarle subito per fare cassa.”
Abbiamo ridotto l' Overshoot globale?L'Earth Overshoot Day (basato su una idea escogitata da NEF - new economics foundation, una fondazione che sta in Inghilterra) aiuta a cogliere il divario tra ciò che la natura può rigenerare e quanto è correntemente richiesto per sostenere le attività dell'uomo. Ovviamente non è possibile determinare con una precisione del 100% l'esatto momento in cui sforiamo il nostro budget. Stiamo costantemente lavorando per raggiungere migliori set di dati e metodi che possano aiutare a cogliere con più precisione il momento in cui il consumo dell'umanità supera l'apporto di risorse naturali. Ma non possiamo contare tutti i pesci! Quindi, l' Earth Overshoot Day è più pensato come una stima piuttosto che una data esatta.
I calcoli del Global Footprint Network fatti lo scorso anno circa l'impronta ecologica e la biocapacità hanno fatto posizionare l'Earth Overshoot Day alcune settimane prima rispetto a quello di questo anno. Questo ha fatto nascere la domanda circa una diminuzione dell'Overshoot.
La risposta sfortunatamente è NO. Il Global Footprint Network è costantemente impegnato a migliorare i suoi calcoli e i set di dati che sono alla base per determinare l'Earth Overshoot Day: da quanto precede deriva che la sua data varia di anno in anno.
Al presente, stiamo iniziando alcune revisioni sul modo in cui confrontiamo la produttività rispetto alle differenti aree geografiche e ai tipi di terreno, su come – per esempio - teniamo conto della produzione di una foresta in Russia e delle aree di pesca del Cile in un unico numero standardizzato. Se guardiamo a quando l' Earth Overshoot Day sarebbe caduto nel tempo sulla base di queste nuove ipotesi (che stiamo ancora verificando), avremmo visto che la “sovraspesa” continua a crescere anno dopo anno. (Per maggiori informazioni vedere “Informazioni aggiuntive per la stampa”e pervedere quando l'Earth Overshoot Day sarebbe caduto nel tempo usando le ipotesi d'uso più corrente).
La nostra metodologia cambia e può continuare a cambiare, ma indipendentemente da quale approccio scientifico abbiamo usato e quali miglioramenti metodologici abbiamo adottato per cercare di tenere conto del fabbisogno umano e della produzione naturale, l'andamento rimane sempre lo stesso: noi siamo in uno stato di “sovraspesa” e la “sovraspesa” continua a crescere. Con qualsiasi analisi noi consumiamo ben al di là delle nostre possibilità e il debito si sta aggravando.
Il “quando” è meno importante del “quanto” che si traduce in un debito ecologico crescente e gli interessi che stiamo pagando su quel debito: carenza di cibo, le popolazioni di animali selvaggi in caduta libera, la scomparsa delle foreste, il degrado della produttività delle terre e la crescente CO2 nella atmosfera e negli oceani, con devastanti costi umani e monetari.
L'Overshoot e l'economia globaleContrariamente alla recessione globale, l'andamento delle risorse indica che sin da ottobre del 2008, la domanda di risorse dell'umanità è stata in crescita, anche se meno velocemente dei primi otto anni del millennio.
Ci sono sempre più prove che il rapido crescere dei costi delle risorse, in particolare cibo ed energia, abbia giocato un ruolo di primo piano nell'accelerare se non nel far esplodere, l'attuale flessione mondiale. Ora stiamo tentando di fare una svolta creando posti di lavoro e stabilizzando le nostre economie. Ma ciò dipende da uno stabile apporto di risorse.
“Se la limitazione delle risorse si rafforza ancora, vivremo la situazione di quando si tenta di risalire su una scala mobile che scende” ha detto Mathis Wackernagel. “Ora che tentiamo di ricostruire le nostre economie sane e robuste, è proprio il momento di proporre delle modalità che siano valide e adatte per il futuro. Un recupero di lungo termine avrà successo e sarà durevole solo se avviene contemporaneamente ad una sistematica riduzione della nostra dipendenza dalle risorse.
E' possibile invertire la rotta. Il Global Footprint Network e la rete di partner stanno lavorando con i singoli, le organizzazioni e i governi del mondo per far prendere decisioni che siano allineate col la realtà ecologica – decisioni che possano contribuire a colmare il deficit del bilancio ecologico e portare ad un futuro prospero a dispetto del mutevole e impegnativo andamento delle risorse,
venerdì 16 settembre 2011
Ricordiamo Sabra e Shatila il 16 settembre 1982
“L'Assemblea generale delle Nazioni Unite, (...) condanna nel modo più assoluto il massacro di larga scala di civili palestinesi nei campi profughi di Sabra e Shatila; Conclude che il massacro è stato un atto di genocidio”.
(United Nations, General Assembly, 16 December 1982)
giovedì 15 settembre 2011
Ho dipinto la Pace - Tali Sorek (12 anni), Beersheba, Israele.
Avevo una scatola di colori
Brillanti, decisi, vivi.
Avevo una scatola di colori
Alcuni caldi, altri molto freddi.
Non avevo il rosso per il sangue dei feriti.
Non avevo il nero per il pianto degli orfani.
Non avevo il bianco per le mani e il volto dei morti.
Non avevo il giallo per la sabbia ardente.
Ma avevo l'arancio per la gioia della vita,
e il verde per i germogli e i nidi,
e il celeste dei chiari cieli splendenti,
e il rosa per il sogno e il riposo.
Mi sono seduta ed ho dipinto la pace.
Promemoria di Gianni Rodari
Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola,
a mezzogiorno.
Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per non sentire.
Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte,
né per mare né per terra:
per esempio, la guerra
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola,
a mezzogiorno.
Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per non sentire.
Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte,
né per mare né per terra:
per esempio, la guerra
lunedì 12 settembre 2011
Tentativo di decalogo per la convivenza inter-etnica di Alexander Langer
Da dove nascono i dieci punti per la convivenza
di Alexander Langer
Spesso mi si domanda, quali esperienze e suggerimenti io abbia ricavato dalla combinazione tra la mia esperienza di comunicazione, conflitto e convivenza inter-culturale nel Sudtirolo (un impegno che ha segnato ed in certo senso riempito tutto il corso della mia vita) e la più recente esperienza nel Parlamento europeo o, più in generale, nei movimenti europei per la pace e la solidarietà.
Così mi è venuta l'idea di tentare la redazione di una sorte di breve decalogo: in alcune occasioni ho presentato e discusso, e di conseguenza affinato e meglio elaborato le riflessioni che seguono. Gli interlocutori con cui ho sinora dibattuto il decalogo erano diversi: dall'ambiente di Azione nonviolenta e del Movimento internazionale di Riconciliazione ai partecipanti ad una giornata sulla "caduta dei muri", organizzata a Merano (20 novembre 1994) da Pax Christi ed altre associazioni, ad incontri in sede europea (l'ultima di queste discussioni è avvenuta nel marzo 1995 alla sede del Centre for European Policy Studies di Bruxelles).
Mi rendo conto che condensare in un breve testo - per giunta astratto, cioè non riferito ad una singola situazione - un insieme di considerazioni su situazioni di contatto e conflitto inter-etnico (o inter-culturale, inter-confessionale, inter-razziale, ecc.) può far correre il rischio di genericità. Ma sono anche convinto che ormai il tempo sia più che maturo perché ci si occupi non solo e non tanto della definizione dei "diritti etnici" (o nazionali, o confessionali, ecc.), ma della ricerca di criteri per costruire un ordinamento della convivenza pluri-culturale, che ovviamente non potrà essere in primo luogo concepito come un insieme di norme e di statuizioni legali, ma soprattutto di valori e di pratiche della mutua tolleranza, conoscenza e frequentazione.
Spero che i miei modesti dieci punti, che qui vengono presentati nella loro redazione ultima, possano fornire stimoli ed elementi in quella direzione.
(per "Il segno", 27 marzo '95)
Così mi è venuta l'idea di tentare la redazione di una sorte di breve decalogo: in alcune occasioni ho presentato e discusso, e di conseguenza affinato e meglio elaborato le riflessioni che seguono. Gli interlocutori con cui ho sinora dibattuto il decalogo erano diversi: dall'ambiente di Azione nonviolenta e del Movimento internazionale di Riconciliazione ai partecipanti ad una giornata sulla "caduta dei muri", organizzata a Merano (20 novembre 1994) da Pax Christi ed altre associazioni, ad incontri in sede europea (l'ultima di queste discussioni è avvenuta nel marzo 1995 alla sede del Centre for European Policy Studies di Bruxelles).
Mi rendo conto che condensare in un breve testo - per giunta astratto, cioè non riferito ad una singola situazione - un insieme di considerazioni su situazioni di contatto e conflitto inter-etnico (o inter-culturale, inter-confessionale, inter-razziale, ecc.) può far correre il rischio di genericità. Ma sono anche convinto che ormai il tempo sia più che maturo perché ci si occupi non solo e non tanto della definizione dei "diritti etnici" (o nazionali, o confessionali, ecc.), ma della ricerca di criteri per costruire un ordinamento della convivenza pluri-culturale, che ovviamente non potrà essere in primo luogo concepito come un insieme di norme e di statuizioni legali, ma soprattutto di valori e di pratiche della mutua tolleranza, conoscenza e frequentazione.
Spero che i miei modesti dieci punti, che qui vengono presentati nella loro redazione ultima, possano fornire stimoli ed elementi in quella direzione.
(per "Il segno", 27 marzo '95)
Tentativo di decalogo per la convivenza inter-etnica
di Alexander Langer
1. La compresenza pluri-etnica sarà la norma più che l'eccezione; l'alternativa è tra esclusivismo etnico e convivenza
Situazioni di compresenza di comunità di diversa lingua, cultura, religione, etnia sullo stesso territorio saranno sempre più frequenti, soprattutto nelle città. Questa, d'altronde, non è una novità. Anche nelle città antiche e medievali si trovavano quartieri africani, greci, armeni, ebrei, polacchi, tedeschi, spagnoli...
La convivenza pluri-etnica (1), pluri-culturale, pluri-religiosa, pluri-lingue, pluri-nazionale... appartiene dunque, e sempre più apparterrà, alla normalità, non all'eccezione. Ciò non vuol dire, però, che sia facile o scontata, anzi. La diversità, l'ignoto, l'estraneo complica la vita, può fare paura, può diventare oggetto di diffidenza e di odio, può suscitare competizione sino all'estremo del "mors tua, vita mea". La stessa esperienza di chi da una valle sposa in un'altra valle della stessa regione, e deve quindi adattarsi e richiede a sua volta rispetto e adattamento, lo dimostra. Le migrazioni sempre più massicce e la mobilità che la vita moderna comporta rendono inevitabilmente più alto il tasso di intreccio inter-etnico ed inter-culturale, in tutte le parti del mondo. Per la prima volta nella storia si può - forse - scegliere consapevolmente di affrontare e risolvere in modo pacifico spostamenti così numerosi di persone, comunità, popoli, anche se alla loro origine sta di solito la violenza (miseria, sfruttamento, degrado ambientale, guerra, persecuzioni...). Ma non bastano retorica e volontarismo dichiarato: se si vuole veramente costruire la compresenza tra diversi sullo stesso territorio, occorre sviluppare una complessa arte della convivenza. D'altra parte diventa sempre più chiaro che gli approcci basati sull'affermazione dei diritti etnici o affini - p.es. nazionali, confessionali, tribali, "razziali" - attraverso obiettivi come lo stato etnico, la secessione etnica, l'epurazione etnica, l'omogeneizzazione nazionale, ecc. portano a conflitti e guerre di imprevedibile portata. L'alternativa tra esclusivismo etnico (comunque motivato, anche per auto-difesa) e convivenza pluri-etnica costituisce la vera questione-chiave nella problematica etnica oggi. Che si tratti di etnie oppresse o minoritarie, di recente o più antica immigrazione, di minoranze religiose, di risvegli etnici o di conflittualità inter-etnica, inter-confessionale, inter-culturale.
La convivenza pluri-etnica può essere percepita e vissuta come arricchimento ed opportunità in più piuttosto che come condanna: non servono prediche contro razzismo, intolleranza e xenofobia, ma esperienze e progetti positivi ed una cultura della convivenza.
2. Identità e convivenza: mai l'una senza l'altra; nè inclusione nè esclusione forzata
"Più chiaramente ci separeremo, meglio ci capiremo": c'è oggi una forte tendenza ad affrontare i problemi della compresenza pluri-etnica attraverso più nette separazioni. Non suscitano largo consenso i "melting pots", i crogiuoli dichiaratamente perseguiti come obiettivo (ad esempio negli USA), e non si contano le sollevazioni contro assimilazioni più o meno forzate. Al tempo stesso si incontrano movimenti per l'uguaglianza, contro l'emarginazione e la discriminazione etnica, per la pari dignità.
Non hanno dato buona prova di sè nè le politiche di inclusione forzata (assimilazione, divieti di lingue e religioni, ecc.), nè di esclusione forzata (emarginazione, ghettizzazione, espulsione, sterminio...). Bisogna consentire una più vasta gamma di scelte individuali e collettive, accettando ed offrendo momenti di "intimità" etnica come di incontro e cooperazione inter-etnica. Garanzia di mantenimento dell'identità, da un lato, e di pari dignità e partecipazione dall'altro, devono integrarsi a vicenda. Ciò richiede, naturalmente, che non solo le regole pubbliche e gli ordinamenti, ma soprattutto le comunità interessate so orientino verso questa opzione di convivenza.
3. Conoscersi, parlarsi, informarsi, inter-agire: "più abbiamo a che fare gli uni con gli altri, meglio ci comprenderemo"
La convivenza offre e richiede molte possibilità di conoscenza reciproca. Affinché possa svolgersi con pari dignità e senza emarginazione, occorre sviluppare il massimo possibile livello di conoscenza reciproca. "Più abbiamo a che fare gli uni con gli altri, meglio ci comprenderemo", potrebbe essere la controproposta allo slogan separatista sopra ricordato. Imparare a conoscere la lingua, la storia, la cultura, le abitudini, i pregiudizi e stereotipi, le paure delle diverse comunità conviventi è un passo essenziale nel rapporto inter-etnico. Una grande funzione la possono svolgere fonti di informazioni comuni (giornali, trasmissioni, radio, ecc. inter-culturali, pluri-lingui, ecc.), occasioni di apprendimento o di divertimento comune, frequentazioni reciproche almeno occasionali, possibilità di condividere - magari eccezionalmente - eventi "interni" ad una comunità diversa dalla propria (feste, riti, ecc.), anche dei semplici inviti a pranzo o cena. Libri comuni di storia, celebrazioni comuni di eventi pubblici, forse anche momenti di preghiera o di meditazione comune possono aiutare molto ad evitare il rischio che visioni etnocentriche si consolidino sino a diventare ovvie e scontate.
4. Etnico magari sì, ma non a una sola dimensione: territorio, genere, posizione sociale, tempo libero e tanti altri denominatori comuni
Ha la sua legittimità, e talvolta forse anche le sue buone ragioni, l'organizzazione etnica della comunità, delle differenti comunità: purchè sia scelta liberamente, e non diventi a sua volta integralista e totalitaria. Quindi dovremo accettare partiti etnici, associazioni etniche, club etnici, spesso anche scuole e chiede etniche. Ma è evidente che se si vuole favorire la convivenza più che l'(auto-) isolamento etnico, si dovranno valorizzare tutte le altre dimensioni della vita personale e comunitaria che non sono in prima linea a carattere etnico. Prima di tutto il comune territorio e la sua cura, ma anche obiettivi ed interessi professionali, sociali, di età... ed in particolare di genere; le donne possono scoprire e vivere meglio obiettivi e sensibilità comuni. Bisogna evitare che la persona trascorra tutta la sua vita e tutti i momenti della sua giornata all'interno di strutture e dimensioni etniche, ed offrire anche altre opportunità che di norma saranno a base inter-etnica. E' essenziale che le persone si possano incontrare e parlare e farsi valere non solo attraverso la "rappresentanza diplomatica" della propria etnia, ma direttamente: quindi è assai rilevante che ogni persona possa godere di robusti diritti umani individuali, accanto ai necessari diritti collettivi, di cui alcuni avranno anche un connotato etnico (uso della lingua, tutela delle tradizioni, ecc.); non tutti i diritti collettivi devono essere fruiti e canalizzati per linee etniche (p.es. diritti sociali - casa, occupazione, assistenza, salute... - o ambientali).
5. Definire e delimitare nel modo meno rigido possibile l'appartenenza, non escludere appartenenze ed interferenze plurime
Normalmente l'appartenenza etnica non esige una particolare definizione o delimitazione: è frutto di storia, tradizione, educazione, abitudini, prima che di opzione, volontà, scelta precisa. Più rigida ed artificiosa diventa la definizione dell'appartenenza e la delimitazione contro altri, più pericolosamente vi è insita la vocazione al conflitto. L'enfasi della disciplina o addirittura dell'imposizione etnica nell'uso della lingua, nella pratica religiosa, nel vestirsi (sino all'uniforme imposta), nei comportamenti quotidiani, e la definizione addirittura legale dell'appartenenza (registrazioni, annotazioni su documenti, ecc.) portano in sè una insana spinta a contarsi, alla prova di forza, al tiro alla fune, all'erezione di barricate e frontiere fisiche, alla richiesta di un territorio tutto e solo proprio.
Consentire e favorire, invece, una nozione pratica più flessibile e meno esclusiva dell'appartenenza e permettere quindi una certa osmosi tra comunità diverse e riferimento plurimo da parte di soggetti "di confine" favorisce l'esistenza di "zone grigie", a bassa definizione e disciplina etnica e quindi di più libero scambio, di inter-comunicazione, di inter-azione.
Evitare ogni forma legale per "targare" le persone da un punto di vista etnico (o confessionale, ecc.) fa parte delle necessarie misure preventive del conflitto, della xenofobia, del razzismo.
L'autodeterminazione dei soggetti e delle comunità non deve partire dalla definizione delle proprie frontiere e dei divieti di accesso, bensì piuttosto dalla definizione in positivo dei propri valori ed obiettivi, e non deve arrivare all'esclusivismo ed alla separatezza. Deve essere possibile una lealtà aperta a più comunità, non esclusiva, nella quale si riconosceranno soprattutto i figli di immigrati, i figli di "famiglie miste", le persone di formazione più pluralista e cosmopolita.
6. Riconoscere e rendere visibile la dimensione pluri-etnica: i diritti, i segni pubblici, i gesti quotidiani, il diritto a sentirsi di casa
La compresenza di etnie, lingue, culture, religioni e tradizioni diverse sullo stesso territorio, nella stessa città, deve essere riconosciuta e resa visibile. Gli appartenenti alle diverse comunità conviventi devono sentire che sono "di casa", che hanno cittadinanza, che sono accettati e radicati (o che possono mettere radici). Il bi- (o pluri-)linguismo, l'agibilità per istituzioni religiose, culturali, linguistiche differenti, l'esistenza di strutture ed occasioni specifiche di richiamo e di valorizzazione di ogni etnia presente sono elementi importanti per una cultura della convivenza. Più si organizzerà la compresenza di lingue, culture, religioni, segni caratteristici, meno si avrà a che fare con dispute sulla pertinenza dei luoghi e del territorio a questa o quella etnia: bisogna che ogni forma di esclusivismo o integralismo etnico venga diluita nella naturale compresenza di segni, suoni e istituzioni multiformi. (Franjo Komarica, vescovo di Banja Luka, cità pluri-etnica a maggioranza serba in Croazia, oggi assai disputata tra serbi e croati, lo dice in modo semplice: "un prato con molti fiori diversi è più bello di un prato dove cresce una sola varietà di fiori".)
Faticosamente l'Europa ha imparato ad accettare la presenza di più confessioni che possono coesistere sullo stesso territorio e non puntare a dominare su tutti e tutto o ad espellersi a vicenda: ora bisogna che lo stesso processo avvenga esplicitamente a proposito di realtà pluri-etnica; convivere tra etnie diverse sullo stesso spazio, con diritti individuali e collettivi appropriati per assicurare pari dignità e libertà a tutti, deve diventare la regola, non l'eccezione.
7. Diritti e garanzie sono essenziali ma non bastano; norme etnocentriche favoriscono comportamenti etnocentrici
Non si creda che identità etnica e convivenza inter-etnica possano essere assicurate innanzitutto da leggi, istituzioni, strutture e tribunali, se non sono radicate tra la gente e non trovano fondamento in un diffuso consenso sociale; ma non si sottovaluti neanche l'importanza di una cornice normativa chiara e rassicurante, che garantisca a tutti il diritto alla propria identità (attraverso diritti linguistici, culturali, scolastici, mezzi d'informazione, ecc.), alla pari dignità (attraverso garanzie di piena partecipazione, contro ogni discriminazione), al necessario autogoverno, senza tentazioni annessionistiche in favore di qualcuna delle comunità etniche conviventi. In particolare appare assai importante che situazioni di convivenza inter-etnica godano di un quadro di autonomia che spinga la comunità locale (tutta, senza discriminazione etnica) a prendere il suo destino nelle proprie mani ed obblighi alla cooperazione inter-etnica, tanto da sviluppare una coscienza territoriale (e di "Heimat") comune: ciò potrà contribuire a scoraggiare tentativi di risolvere tensioni e conflitti con forzature sullo "status" territoriale (annessioni, cambiamenti di frontiera, ecc.).
E non si dimentichi che leggi e strutture fortemente etnocentriche (fondate cioè sulla continua enfasi dell'appartenenza etnica, sulla netta separazione etnica, ecc.) finiscono inevitabilmente ad inasprire conflitti e tensioni ed a generare o rafforzare atteggiamenti etnocentrici, mentre - al contrario - leggi e strutture favorevoli alla cooperazione inter-etnica possono incoraggiare ed irrobustire scelte di buona convivenza.
8. Dell'importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera. Occorrono "traditori della compattezza etnica", ma non "transfughi"
In ogni situazione di coesistenza inter-etnica si sconta, in principio, una mancanza di conoscenza reciproca, di rapporti, di familiarità. Estrema importanza positiva possono avere persone, gruppi, istituzioni che si collochino consapevolmente ai confini tra le comunità conviventi e coltivino in tutti i modi la conoscenza, il dialogo, la cooperazione. La promozione di eventi comuni ed occasioni di incontro ed azione comune non nasce dal nulla, ma chiede una tenace e delicata opera di sensibilizzazione, di mediazione e di familiarizzazione, che va sviluppata con cura e credibilità. Accanto all'identità ed ai confini più o meno netti delle diverse aggregazioni etniche è di fondamentale rilevanza che qualcuno, in simili società, si dedichi all'esplorazione ed al superamento dei confini: attività che magari in situazioni di tensione e conflitto assomiglierà al contrabbando, ma è decisiva per ammorbidire le rigidità, relativizzare le frontiere, favorire l'inter-azione.
Esplosioni di nazionalismo, sciovinismo, razzismo, fanatismo religioso, ecc. sono tra i fattori più dirompenti della convivenza civile che si conoscano (più delle tensioni sociali, ecologiche o economiche), ed implicano praticamente tutte le dimensioni della vita collettiva: la cultura, l'economia, la vita quotidiana, i pregiudizi, le abitudini, oltre che la politica o la religione. Occorre quindi una grande capacità di affrontare e dissolvere la conflittualità etnica. Ciò richiederà che in ogni comunità etnica si valorizzino le persone e le forze capaci di autocritica, verso la propria comunità: veri e propri "traditori della compattezza etnica", che però non si devono mai trasformare in transfughi, se vogliono mantenere le radici e restare credibili. Proprio in caso di conflitto è essenziale relativizzare e diminuire le spinte che portano le differenti comunità etniche a cercare appoggi esterni (potenze tutelari, interventi esterni, ecc.) e valorizzare gli elementi di comune legame al territorio.
9. Una condizione vitale: bandire ogni violenza.
Nella coesistenza inter-etnica è difficile che non si abbiano tensioni, competizione, conflitti: purtroppo la conflittualità di origine etnica, religiosa, nazionale, razziale, ecc. ha un enorme potere di coinvolgimento e di mobilitazione e mette in campo tanti e tali elementi di emotività collettiva da essere assai difficilmente governabile e riconducibile a soluzioni ragionevoli se scappa di mano.
Una necessità si erge pertanto imperiosa su tutte le altre: bandire ogni forma di violenza, reagire con la massima decisione ogni volta che si affacci il germe della violenza etnica, che - se tollerato - rischia di innescare spirali davvero devastanti e incontrollabili. Ed anche in questo caso non bastano leggi o polizie, ma occorre una decisa repulsa sociale e morale, con radici forti: un convinto e convincente no alla violenza.
10. Le piante pioniere della cultura della convivenza: gruppi misti inter-etnici
Un valore inestimabile possono avere in situazioni di tensione, conflittualità o anche semplice coesistenza inter-etnica gruppi misti (per piccoli che possano essere). Essi possono sperimentare sulla propria pelle e come in un coraggioso laboratorio pionieristico i problemi, le difficoltà e le opportunità della convivenza inter-etnica. Gruppi inter-etnici possono avere il loro prezioso valore e svolgere la loro opera nei campi più diversi: dalla religione alla politica, dallo sport alla socialità del tempo libero, dal sindacalismo all'impegno culturale. Saranno in ogni caso il terreno più avanzato di sperimentazione della convivenza, e meritano pertanto ogni appoggio da parte di chi ha a cuore l'arte e la cultura della convivenza come unica alternativa realistica al riemergere di una generalizzata barbarie etnocentrica.
(testo riveduto nel novembre 1994)
___________________________________________
1) Il termine "etnico", "etnia" viene usato qui come il più comprensivo delle caratteristiche nazionali, linguistiche, religiose, culturali che definiscono un'identità collettiva e possono esasperarla sino all'etnocentrismo: l'ego-mania collettiva più diffusa oggi.
Situazioni di compresenza di comunità di diversa lingua, cultura, religione, etnia sullo stesso territorio saranno sempre più frequenti, soprattutto nelle città. Questa, d'altronde, non è una novità. Anche nelle città antiche e medievali si trovavano quartieri africani, greci, armeni, ebrei, polacchi, tedeschi, spagnoli...
La convivenza pluri-etnica (1), pluri-culturale, pluri-religiosa, pluri-lingue, pluri-nazionale... appartiene dunque, e sempre più apparterrà, alla normalità, non all'eccezione. Ciò non vuol dire, però, che sia facile o scontata, anzi. La diversità, l'ignoto, l'estraneo complica la vita, può fare paura, può diventare oggetto di diffidenza e di odio, può suscitare competizione sino all'estremo del "mors tua, vita mea". La stessa esperienza di chi da una valle sposa in un'altra valle della stessa regione, e deve quindi adattarsi e richiede a sua volta rispetto e adattamento, lo dimostra. Le migrazioni sempre più massicce e la mobilità che la vita moderna comporta rendono inevitabilmente più alto il tasso di intreccio inter-etnico ed inter-culturale, in tutte le parti del mondo. Per la prima volta nella storia si può - forse - scegliere consapevolmente di affrontare e risolvere in modo pacifico spostamenti così numerosi di persone, comunità, popoli, anche se alla loro origine sta di solito la violenza (miseria, sfruttamento, degrado ambientale, guerra, persecuzioni...). Ma non bastano retorica e volontarismo dichiarato: se si vuole veramente costruire la compresenza tra diversi sullo stesso territorio, occorre sviluppare una complessa arte della convivenza. D'altra parte diventa sempre più chiaro che gli approcci basati sull'affermazione dei diritti etnici o affini - p.es. nazionali, confessionali, tribali, "razziali" - attraverso obiettivi come lo stato etnico, la secessione etnica, l'epurazione etnica, l'omogeneizzazione nazionale, ecc. portano a conflitti e guerre di imprevedibile portata. L'alternativa tra esclusivismo etnico (comunque motivato, anche per auto-difesa) e convivenza pluri-etnica costituisce la vera questione-chiave nella problematica etnica oggi. Che si tratti di etnie oppresse o minoritarie, di recente o più antica immigrazione, di minoranze religiose, di risvegli etnici o di conflittualità inter-etnica, inter-confessionale, inter-culturale.
La convivenza pluri-etnica può essere percepita e vissuta come arricchimento ed opportunità in più piuttosto che come condanna: non servono prediche contro razzismo, intolleranza e xenofobia, ma esperienze e progetti positivi ed una cultura della convivenza.
2. Identità e convivenza: mai l'una senza l'altra; nè inclusione nè esclusione forzata
"Più chiaramente ci separeremo, meglio ci capiremo": c'è oggi una forte tendenza ad affrontare i problemi della compresenza pluri-etnica attraverso più nette separazioni. Non suscitano largo consenso i "melting pots", i crogiuoli dichiaratamente perseguiti come obiettivo (ad esempio negli USA), e non si contano le sollevazioni contro assimilazioni più o meno forzate. Al tempo stesso si incontrano movimenti per l'uguaglianza, contro l'emarginazione e la discriminazione etnica, per la pari dignità.
Non hanno dato buona prova di sè nè le politiche di inclusione forzata (assimilazione, divieti di lingue e religioni, ecc.), nè di esclusione forzata (emarginazione, ghettizzazione, espulsione, sterminio...). Bisogna consentire una più vasta gamma di scelte individuali e collettive, accettando ed offrendo momenti di "intimità" etnica come di incontro e cooperazione inter-etnica. Garanzia di mantenimento dell'identità, da un lato, e di pari dignità e partecipazione dall'altro, devono integrarsi a vicenda. Ciò richiede, naturalmente, che non solo le regole pubbliche e gli ordinamenti, ma soprattutto le comunità interessate so orientino verso questa opzione di convivenza.
3. Conoscersi, parlarsi, informarsi, inter-agire: "più abbiamo a che fare gli uni con gli altri, meglio ci comprenderemo"
La convivenza offre e richiede molte possibilità di conoscenza reciproca. Affinché possa svolgersi con pari dignità e senza emarginazione, occorre sviluppare il massimo possibile livello di conoscenza reciproca. "Più abbiamo a che fare gli uni con gli altri, meglio ci comprenderemo", potrebbe essere la controproposta allo slogan separatista sopra ricordato. Imparare a conoscere la lingua, la storia, la cultura, le abitudini, i pregiudizi e stereotipi, le paure delle diverse comunità conviventi è un passo essenziale nel rapporto inter-etnico. Una grande funzione la possono svolgere fonti di informazioni comuni (giornali, trasmissioni, radio, ecc. inter-culturali, pluri-lingui, ecc.), occasioni di apprendimento o di divertimento comune, frequentazioni reciproche almeno occasionali, possibilità di condividere - magari eccezionalmente - eventi "interni" ad una comunità diversa dalla propria (feste, riti, ecc.), anche dei semplici inviti a pranzo o cena. Libri comuni di storia, celebrazioni comuni di eventi pubblici, forse anche momenti di preghiera o di meditazione comune possono aiutare molto ad evitare il rischio che visioni etnocentriche si consolidino sino a diventare ovvie e scontate.
4. Etnico magari sì, ma non a una sola dimensione: territorio, genere, posizione sociale, tempo libero e tanti altri denominatori comuni
Ha la sua legittimità, e talvolta forse anche le sue buone ragioni, l'organizzazione etnica della comunità, delle differenti comunità: purchè sia scelta liberamente, e non diventi a sua volta integralista e totalitaria. Quindi dovremo accettare partiti etnici, associazioni etniche, club etnici, spesso anche scuole e chiede etniche. Ma è evidente che se si vuole favorire la convivenza più che l'(auto-) isolamento etnico, si dovranno valorizzare tutte le altre dimensioni della vita personale e comunitaria che non sono in prima linea a carattere etnico. Prima di tutto il comune territorio e la sua cura, ma anche obiettivi ed interessi professionali, sociali, di età... ed in particolare di genere; le donne possono scoprire e vivere meglio obiettivi e sensibilità comuni. Bisogna evitare che la persona trascorra tutta la sua vita e tutti i momenti della sua giornata all'interno di strutture e dimensioni etniche, ed offrire anche altre opportunità che di norma saranno a base inter-etnica. E' essenziale che le persone si possano incontrare e parlare e farsi valere non solo attraverso la "rappresentanza diplomatica" della propria etnia, ma direttamente: quindi è assai rilevante che ogni persona possa godere di robusti diritti umani individuali, accanto ai necessari diritti collettivi, di cui alcuni avranno anche un connotato etnico (uso della lingua, tutela delle tradizioni, ecc.); non tutti i diritti collettivi devono essere fruiti e canalizzati per linee etniche (p.es. diritti sociali - casa, occupazione, assistenza, salute... - o ambientali).
5. Definire e delimitare nel modo meno rigido possibile l'appartenenza, non escludere appartenenze ed interferenze plurime
Normalmente l'appartenenza etnica non esige una particolare definizione o delimitazione: è frutto di storia, tradizione, educazione, abitudini, prima che di opzione, volontà, scelta precisa. Più rigida ed artificiosa diventa la definizione dell'appartenenza e la delimitazione contro altri, più pericolosamente vi è insita la vocazione al conflitto. L'enfasi della disciplina o addirittura dell'imposizione etnica nell'uso della lingua, nella pratica religiosa, nel vestirsi (sino all'uniforme imposta), nei comportamenti quotidiani, e la definizione addirittura legale dell'appartenenza (registrazioni, annotazioni su documenti, ecc.) portano in sè una insana spinta a contarsi, alla prova di forza, al tiro alla fune, all'erezione di barricate e frontiere fisiche, alla richiesta di un territorio tutto e solo proprio.
Consentire e favorire, invece, una nozione pratica più flessibile e meno esclusiva dell'appartenenza e permettere quindi una certa osmosi tra comunità diverse e riferimento plurimo da parte di soggetti "di confine" favorisce l'esistenza di "zone grigie", a bassa definizione e disciplina etnica e quindi di più libero scambio, di inter-comunicazione, di inter-azione.
Evitare ogni forma legale per "targare" le persone da un punto di vista etnico (o confessionale, ecc.) fa parte delle necessarie misure preventive del conflitto, della xenofobia, del razzismo.
L'autodeterminazione dei soggetti e delle comunità non deve partire dalla definizione delle proprie frontiere e dei divieti di accesso, bensì piuttosto dalla definizione in positivo dei propri valori ed obiettivi, e non deve arrivare all'esclusivismo ed alla separatezza. Deve essere possibile una lealtà aperta a più comunità, non esclusiva, nella quale si riconosceranno soprattutto i figli di immigrati, i figli di "famiglie miste", le persone di formazione più pluralista e cosmopolita.
6. Riconoscere e rendere visibile la dimensione pluri-etnica: i diritti, i segni pubblici, i gesti quotidiani, il diritto a sentirsi di casa
La compresenza di etnie, lingue, culture, religioni e tradizioni diverse sullo stesso territorio, nella stessa città, deve essere riconosciuta e resa visibile. Gli appartenenti alle diverse comunità conviventi devono sentire che sono "di casa", che hanno cittadinanza, che sono accettati e radicati (o che possono mettere radici). Il bi- (o pluri-)linguismo, l'agibilità per istituzioni religiose, culturali, linguistiche differenti, l'esistenza di strutture ed occasioni specifiche di richiamo e di valorizzazione di ogni etnia presente sono elementi importanti per una cultura della convivenza. Più si organizzerà la compresenza di lingue, culture, religioni, segni caratteristici, meno si avrà a che fare con dispute sulla pertinenza dei luoghi e del territorio a questa o quella etnia: bisogna che ogni forma di esclusivismo o integralismo etnico venga diluita nella naturale compresenza di segni, suoni e istituzioni multiformi. (Franjo Komarica, vescovo di Banja Luka, cità pluri-etnica a maggioranza serba in Croazia, oggi assai disputata tra serbi e croati, lo dice in modo semplice: "un prato con molti fiori diversi è più bello di un prato dove cresce una sola varietà di fiori".)
Faticosamente l'Europa ha imparato ad accettare la presenza di più confessioni che possono coesistere sullo stesso territorio e non puntare a dominare su tutti e tutto o ad espellersi a vicenda: ora bisogna che lo stesso processo avvenga esplicitamente a proposito di realtà pluri-etnica; convivere tra etnie diverse sullo stesso spazio, con diritti individuali e collettivi appropriati per assicurare pari dignità e libertà a tutti, deve diventare la regola, non l'eccezione.
7. Diritti e garanzie sono essenziali ma non bastano; norme etnocentriche favoriscono comportamenti etnocentrici
Non si creda che identità etnica e convivenza inter-etnica possano essere assicurate innanzitutto da leggi, istituzioni, strutture e tribunali, se non sono radicate tra la gente e non trovano fondamento in un diffuso consenso sociale; ma non si sottovaluti neanche l'importanza di una cornice normativa chiara e rassicurante, che garantisca a tutti il diritto alla propria identità (attraverso diritti linguistici, culturali, scolastici, mezzi d'informazione, ecc.), alla pari dignità (attraverso garanzie di piena partecipazione, contro ogni discriminazione), al necessario autogoverno, senza tentazioni annessionistiche in favore di qualcuna delle comunità etniche conviventi. In particolare appare assai importante che situazioni di convivenza inter-etnica godano di un quadro di autonomia che spinga la comunità locale (tutta, senza discriminazione etnica) a prendere il suo destino nelle proprie mani ed obblighi alla cooperazione inter-etnica, tanto da sviluppare una coscienza territoriale (e di "Heimat") comune: ciò potrà contribuire a scoraggiare tentativi di risolvere tensioni e conflitti con forzature sullo "status" territoriale (annessioni, cambiamenti di frontiera, ecc.).
E non si dimentichi che leggi e strutture fortemente etnocentriche (fondate cioè sulla continua enfasi dell'appartenenza etnica, sulla netta separazione etnica, ecc.) finiscono inevitabilmente ad inasprire conflitti e tensioni ed a generare o rafforzare atteggiamenti etnocentrici, mentre - al contrario - leggi e strutture favorevoli alla cooperazione inter-etnica possono incoraggiare ed irrobustire scelte di buona convivenza.
8. Dell'importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera. Occorrono "traditori della compattezza etnica", ma non "transfughi"
In ogni situazione di coesistenza inter-etnica si sconta, in principio, una mancanza di conoscenza reciproca, di rapporti, di familiarità. Estrema importanza positiva possono avere persone, gruppi, istituzioni che si collochino consapevolmente ai confini tra le comunità conviventi e coltivino in tutti i modi la conoscenza, il dialogo, la cooperazione. La promozione di eventi comuni ed occasioni di incontro ed azione comune non nasce dal nulla, ma chiede una tenace e delicata opera di sensibilizzazione, di mediazione e di familiarizzazione, che va sviluppata con cura e credibilità. Accanto all'identità ed ai confini più o meno netti delle diverse aggregazioni etniche è di fondamentale rilevanza che qualcuno, in simili società, si dedichi all'esplorazione ed al superamento dei confini: attività che magari in situazioni di tensione e conflitto assomiglierà al contrabbando, ma è decisiva per ammorbidire le rigidità, relativizzare le frontiere, favorire l'inter-azione.
Esplosioni di nazionalismo, sciovinismo, razzismo, fanatismo religioso, ecc. sono tra i fattori più dirompenti della convivenza civile che si conoscano (più delle tensioni sociali, ecologiche o economiche), ed implicano praticamente tutte le dimensioni della vita collettiva: la cultura, l'economia, la vita quotidiana, i pregiudizi, le abitudini, oltre che la politica o la religione. Occorre quindi una grande capacità di affrontare e dissolvere la conflittualità etnica. Ciò richiederà che in ogni comunità etnica si valorizzino le persone e le forze capaci di autocritica, verso la propria comunità: veri e propri "traditori della compattezza etnica", che però non si devono mai trasformare in transfughi, se vogliono mantenere le radici e restare credibili. Proprio in caso di conflitto è essenziale relativizzare e diminuire le spinte che portano le differenti comunità etniche a cercare appoggi esterni (potenze tutelari, interventi esterni, ecc.) e valorizzare gli elementi di comune legame al territorio.
9. Una condizione vitale: bandire ogni violenza.
Nella coesistenza inter-etnica è difficile che non si abbiano tensioni, competizione, conflitti: purtroppo la conflittualità di origine etnica, religiosa, nazionale, razziale, ecc. ha un enorme potere di coinvolgimento e di mobilitazione e mette in campo tanti e tali elementi di emotività collettiva da essere assai difficilmente governabile e riconducibile a soluzioni ragionevoli se scappa di mano.
Una necessità si erge pertanto imperiosa su tutte le altre: bandire ogni forma di violenza, reagire con la massima decisione ogni volta che si affacci il germe della violenza etnica, che - se tollerato - rischia di innescare spirali davvero devastanti e incontrollabili. Ed anche in questo caso non bastano leggi o polizie, ma occorre una decisa repulsa sociale e morale, con radici forti: un convinto e convincente no alla violenza.
10. Le piante pioniere della cultura della convivenza: gruppi misti inter-etnici
Un valore inestimabile possono avere in situazioni di tensione, conflittualità o anche semplice coesistenza inter-etnica gruppi misti (per piccoli che possano essere). Essi possono sperimentare sulla propria pelle e come in un coraggioso laboratorio pionieristico i problemi, le difficoltà e le opportunità della convivenza inter-etnica. Gruppi inter-etnici possono avere il loro prezioso valore e svolgere la loro opera nei campi più diversi: dalla religione alla politica, dallo sport alla socialità del tempo libero, dal sindacalismo all'impegno culturale. Saranno in ogni caso il terreno più avanzato di sperimentazione della convivenza, e meritano pertanto ogni appoggio da parte di chi ha a cuore l'arte e la cultura della convivenza come unica alternativa realistica al riemergere di una generalizzata barbarie etnocentrica.
(testo riveduto nel novembre 1994)
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1) Il termine "etnico", "etnia" viene usato qui come il più comprensivo delle caratteristiche nazionali, linguistiche, religiose, culturali che definiscono un'identità collettiva e possono esasperarla sino all'etnocentrismo: l'ego-mania collettiva più diffusa oggi.
(1.11.1994, Arcobaleno TN)
Discorso del Presidente Allende alla radio, 11 settembre 1973
Parla il Presidente della Repubblica dal palazzo della Moneda. Viene segnalato da informazioni certe che un settore della marina avrebbe isolato Valparaiso e che la città sarebbe stata occupata. Ciò rappresenta una sollevazione contro il Governo, Governo legittimamente costituito, Governo sostenuto dalla legge e dalla volontà del cittadino.
In queste circostanze, mi rivolgo a tutti i lavoratori. Occupate i vostri posti di lavoro, recatevi nelle vostre fabbriche, mantenete la calma e la serenità. Fino ad ora a Santiago non ha avuto luogo nessun movimento straordinario di truppe e, secondo quanto mi è stato comunicato dal capo della Guarnigione, la situazione nelle caserme di Santiago sarebbe normale.
In ogni caso io sono qui, nel Palazzo del Governo, e ci resterò per difendere il Governo che rappresento per volontà del Popolo.
Ciò che desidero, essenzialmente, è che i lavoratori stiano attenti, vigili, e che evitino provocazioni. Come prima tappa dobbiamo attendere la risposta, che spero sia positiva, dei soldati della Patria, che hanno giurato di difendere il regime costituito, espressione della volontà cittadina, e che terranno fede alla dottrina che diede prestigio al Cile, prestigio che continua a dargli la professionalità delle Forze Armate. In queste circostanze, nutro la certezza che i soldati sapranno tener fede ai loro obblighi.” Comunque, il popolo e i lavoratori, fondamentalmente, devono rimanere pronti alla mobilitazione, ma nei loro posti di lavoro, ascoltando l’appello e le istruzioni che potrà lanciare loro il compagno Presidente della Repubblica.
8:15 A.M.
Lavoratori del Cile:
Vi parla il Presidente della Repubblica. Le notizie che ci sono giunte fino ad ora ci rivelano l’esistenza di un’insurrezione della Marina nella Provincia di Valparaiso. Ho dato ordine alle truppe dell’Esercito di dirigersi a Valparaiso per soffocare il tentativo golpista. Devono aspettare le istruzioni emanate dalla Presidenza. State sicuri che il Presidente rimarrà nel Palazzo della Moneta per difendere il Governo dei Lavoratori. State certi che farò rispettare la volontà del popolo che mi ha affidato il comando della nazione fino al 4 novembre 1976.
Dovete rimanere vigili nei vostri posti di lavoro in attesa di mie informazioni. Le forze leali rispettose del giuramento fatto alle autorità, insieme ai lavoratori organizzati, schiacceranno il golpe fascista che minaccia la Patria.
8:45 A.M.
Compagni in ascolto:
La situazione è critica, siamo in presenza di un colpo di Stato che vede coinvolta la maggioranza delle Forze Armate. In questo momento infausto voglio ricordarvi alcune delle mie parole pronunciate nell’anno 1971, ve lo dico con calma, con assoluta tranquillità, io non ho la stoffa dell’apostolo né del messia. Non mi sento un martire, sono un lottatore sociale che tiene fede al compito che il popolo gli ha dato. Ma stiano sicuri coloro che vogliono far regredire la storia e disconoscere la volontà maggioritaria del Cile; pur non essendo un martire, non retrocederò di un passo. Che lo sappiano, che lo sentano, che se lo mettano in testa: lascerò la Moneda nel momento in cui porterò a termine il mandato che il popolo mi ha dato, difenderò questa rivoluzione cilena e difenderò il Governo perchè è il mandato che il popolo mi ha affidato. Non ho alternative. Solo crivellandomi di colpi potranno fermare la volontà volta a portare a termine il programma del popolo. Se mi assassinano, il popolo seguirà la sua strada, seguirà il suo cammino, con la differenza forse che le cose saranno molto più dure, molto più violente, perché il fatto che questa gente non si fermi davanti a nulla sarà una lezione oggettiva molto chiara per le masse.
Io avevo messo in conto questa possibilità, non la offro né la facilito.
Il processo sociale non scomparirà se scompare un dirigente. Potrà ritardare, potrà prolungarsi, ma alla fine non potrà fermarsi.
Compagni, rimanete attenti alle informazioni nei vostri posti di lavoro, il compagno Presidente non abbandonerà il suo popolo né il suo posto di lavoro. Rimarrò qui nella Moneda anche a costo della mia propria vita.
9:03 A.M. RADIO MAGALLANES
In questi momenti passano gli aerei. Potrebbero mitragliarci. Ma sappiate che noi siamo qui, almeno con il nostro esempio, che in questo paese ci sono uomini che sanno tener fede ai loro obblighi. Io lo farò su mandato del popolo e su mandato cosciente di un Presidente che ha dignità dell’incarico assegnatogli dal popolo in elezioni libere e democratiche.
In nome dei più sacri interessi del popolo, in nome della Patria, mi appello a voi per dirvi di avere fede. La storia non si ferma né con la repressione né con il crimine. Questa è una tappa che sarà superata. Questo è un momento duro e difficile: è possibile che ci schiaccino. Ma il domani sarà del popolo, sarà dei lavoratori. L’umanità avanza verso la conquista di una vita migliore.
Pagherò con la vita la difesa dei principi cari a questa Patria. Coloro i quali non hanno rispettato i loro impegni saranno coperti di vergogna per essere venuti meno alla parola data e ha rotto la dottrina delle Forze Armate.
Il popolo deve stare in allerta e vigile. Non deve lasciarsi provocare, né deve lasciarsi massacrare, ma deve anche difendere le proprie conquiste. Deve difendere il diritto a costruire con il proprio sforzo una vita degna e migliore.
9:10 A.M.
Sicuramente questa sarà l’ultima opportunità in cui posso rivolgermi a voi. La Forza Aerea ha bombardato le antenne di Radio Magallanes. Le mie parole non contengono amarezza bensì disinganno. Che siano esse un castigo morale per coloro che hanno tradito il giuramento: soldati del Cile, comandanti in capo titolari, l’ammiraglio Merino, che si è autodesignato comandante dell’Armata, oltre al signor Mendoza, vile generale che solo ieri manifestava fedeltà e lealtà al Governo, e che si è anche autonominato Direttore Generale dei carabinieri. Di fronte a questi fatti non mi resta che dire ai lavoratori: Non rinuncerò!
Trovandomi in questa tappa della storia, pagherò con la vita la lealtà al popolo. E vi dico con certezza che il seme affidato alla coscienza degna di migliaia di Cileni, non potrà essere estirpato completamente. Hanno la forza, potranno sottometterci, ma i processi sociali non si fermano né con il crimine né con la forza. La storia è nostra e la fanno i popoli.
Lavoratori della mia Patria: voglio ringraziarvi per la lealtà che avete sempre avuto, per la fiducia che avete sempre riservato ad un uomo che fu solo interprete di un grande desiderio di giustizia, che giurò di rispettare la Costituzione e la Legge, e cosi fece. In questo momento conclusivo, l’ultimo in cui posso rivolgermi a voi, voglio che traiate insegnamento dalla lezione: il capitale straniero, l’imperialismo, uniti alla reazione, crearono il clima affinché le Forze Armate rompessero la tradizione, quella che gli insegnò il generale Schneider e riaffermò il comandante Ayala, vittime dello stesso settore sociale che oggi starà aspettando, con aiuto straniero, di riconquistare il potere per continuare a difendere i loro profitti e i loro privilegi.
Mi rivolgo a voi, soprattutto alla modesta donna della nostra terra, alla contadina che credette in noi, alla madre che seppe della nostra preoccupazione per i bambini. Mi rivolgo ai professionisti della Patria, ai professionisti patrioti che continuarono a lavorare contro la sedizione auspicata dalle associazioni di professionisti, dalle associazioni classiste che difesero anche i vantaggi di una società capitalista.
Mi rivolgo alla gioventù, a quelli che cantarono e si abbandonarono all’allegria e allo spirito di lotta. Mi rivolgo all’uomo del Cile, all’operaio, al contadino, all’intellettuale, a quelli che saranno perseguitati, perché nel nostro paese il fascismo ha fatto la sua comparsa già da qualche tempo; negli attentati terroristi, facendo saltare i ponti, tagliando le linee ferroviarie, distruggendo gli oleodotti e i gasdotti, nel silenzio di coloro che avevano l’obbligo di procedere.
Erano d’accordo. La storia li giudicherà.
Sicuramente Radio Magallanes sarà zittita e il metallo tranquillo della mia voce non vi giungerà più. Non importa. Continuerete a sentirla. Starò sempre insieme a voi. Perlomeno il mio ricordo sarà quello di un uomo degno che fu leale con la Patria.
Il popolo deve difendersi ma non sacrificarsi. Il popolo non deve farsi annientare né crivellare, ma non può nemmeno umiliarsi.
Lavoratori della mia Patria, ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore.
Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!
Queste sono le mie ultime parole e sono certo che il mio sacrificio non sarà invano, sono certo che, almeno, sarà una lezione morale che castigherà la fellonia, la codardia e il tradimento.
Santiago del Cile, 11 Settembre 1973.
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