giovedì 30 dicembre 2010

da "Il sergente nella neve" di M.Rigoni Stern

“[…] I russi ci tengono d’occhio. Corro e busso alla porta di un’isba. Entro.

Vi sono dei soldati russi là. Dei prigionieri? No sono armati […] io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito. Stanno mangiando attorno ad una tavola.[…] mi guardano con i cucchiai sospesi a mezz’aria. […] vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio. Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano. Le donne mi guardano. I bambini mi guardano. Nessuno fiata. […]-spaziba – dico quando ho finito. E la donna prende dalle mie mani il piatto vuoto. – Pasausta – mi risponde con semplicità. I soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi. […] Così è successo questo fatto. Ora non lo trovo affatto strano, a pensarvi, ma naturale di quella natura che una volta dev’esserci stata tra gli uomini.[…]era una cosa molto semplice. Anche i russi erano come me, lo sentivo. In quell’isba si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini un’armonia che non era un armistizio.

Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno gli uni per gli altri. Una volta tanto le circostanze avevano portato gli uomini a saper restare uomini. Chissà dove saranno ora quei soldati, quelle donne, quei bambini. Io spero che la guerra gli abbia risparmiati tutti. Finché saremo vivi ci ricorderemo, tutti quanti eravamo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere, voglio dire, a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere”.

(M.Rigoni Stern, Il sergente nella neve, Einaudi, 2001).

martedì 21 dicembre 2010

"La fila indiana" da "Il razzismo è una brutta storia" di Ascanio Celestini

“io cammino in fila indiana.
io sono il numero 23724.
non lo posso dire con certezza.
è una cosa che ho dedotto dal fatto
che quello che cammina davanti a me mi ha detto che lui è il 23723.
Perciò se la matematica non è un’opinione io sarei proprio il 23724.

Io cammino in fila indiana.
Camminando vedo quello che cammina avanti a me.
Gli vedo la nuca, il collo, le spalle e la schiena, il culo e le gambe e infine le scarpe.
La faccia non posso vederla.
Non gliel’ho mai vista.

Io cammino in fila indiana.
Ma il numero 1, il primo della fila, quello l’ho visto.
Lo vedo sempre. Lo vedo in televisione.
E’ numero 1 che ci dice “andare piano” e noi tutti camminiamo piano.
E’ numero 1 che ci dice “andare forte” e noi tutti camminiamo forte.
Numero 1 ci dice anche “marciare” e noi tutti a marciare.

Io cammino in fila indiana.
E a un certo punto vedo uno che cammina a fianco a me.”

lunedì 20 dicembre 2010

"Il mondo che vogliamo" di Emergency

Crediamo nella eguaglianza di tutti gli esseri umani a prescindere dalle opinioni, dal sesso, dalla razza, dalla appartenenza etnica, politica, religiosa, dalla loro condizione sociale ed economica.

Ripudiamo la violenza, il terrorismo e la guerra come strumenti per risolvere le contese tra gli uomini, i popoli e gli stati. Vogliamo un mondo basato sulla giustizia sociale, sulla solidarietà, sul rispetto reciproco, sul dialogo, su un'equa distribuzione delle risorse.

Vogliamo un mondo in cui i governi garantiscano l'eguaglianza di base di tutti i membri della società, il diritto a cure mediche di elevata qualità e gratuite, il diritto a una istruzione pubblica che sviluppi la persona umana e ne arricchisca le conoscenze, il diritto a una libera informazione.

Nel nostro Paese assistiamo invece, da molti anni, alla progressiva e sistematica demolizione di ogni principio di convivenza civile. Una gravissima deriva di barbarie è davanti ai nostri occhi.

In nome delle "alleanze internazionali", la classe politica italiana ha scelto la guerra e l'aggressione di altri Paesi.

In nome della "libertà", la classe politica italiana ha scelto la guerra contro i propri cittadini costruendo un sistema di privilegi, basato sull'esclusione e sulla discriminazione, un sistema di arrogante prevaricazione, di ordinaria corruzione.

In nome della "sicurezza", la classe politica italiana ha scelto la guerra contro chi è venuto in Italia per sopravvivere, incitando all'odio e al razzismo.

È questa una democrazia? Solo perché include tecniche elettorali di rappresentatività? Basta che in un Paese si voti perché lo si possa definire "democratico"?

Noi consideriamo democratico un sistema politico che lavori per il bene comune privilegiando nel proprio agire i bisogni dei meno abbienti e dei gruppi sociali più deboli, per migliorarne le condizioni di vita, perché si possa essere una società di cittadini.

È questo il mondo che vogliamo. Per noi, per tutti noi. Un mondo di eguaglianza.

"Il mondo che vogliamo" è il titolo del documento che Emergency ha discusso durante il suo nono Incontro nazionale 7-12 settembre, Firenze 2010

sabato 11 dicembre 2010

"Una volta sognai" di Alda Merini

Una volta sognai
di essere una tartaruga gigante
con scheletro d’avorio
che trascinava bimbi e piccini e alghe
e rifiuti e fiori
e tutti si aggrappavano a me,
sulla mia scorza dura.
Ero una tartaruga che barcollava
sotto il peso dell’amore
molto lenta a capire
e svelta a benedire.
Così, figli miei,
una volta vi hanno buttato nell’acqua
e voi vi siete aggrappati al mio guscio
e io vi ho portati in salvo
perché questa testuggine marina
è la terra
che vi salva
dalla morte dell’acqua.

Alda Merini

mercoledì 1 dicembre 2010

Caro Saviano...

Hai ragione Roberto, la legalità dovrebbe essere difesa sempre, ma allora dobbiamo farti sapere che “le colonie israeliane sono illegali secondo la legge Internazionale e sono state ripetutamente condannate nelle risoluzioni del consiglio di sicurezza dell’ONU, n°446, 452, 465, 471 e 476 ecc…
A te che anche nell’ultima puntata di Vieni via con me hai chiamato Israele: “terra di kamikaze”…

Cosa c'è di peggio?

Ieri sera il Ministro Maroni commentando le proteste degli studenti contro la "riforma Gelmini" ha detto che non c'è nulla di peggio della violenza alle istituzioni.
Beh, caro Ministro, di peggio c'è la violenza delle istituzioni...

martedì 30 novembre 2010

da "il marchese del grillo"

E voi, massa di pecoroni invigliacchiti, sempre pronti a inginocchiarvi, a chinare la testa davanti ai potenti! Adesso inginocchiatevi, e chinate la testa davanti a uno che la testa non l'ha chinata mai, se non davanti a questo strummolo qua! Inginocchiatevi, forza! E fatevi il segno della croce! E ricordatevi che pure Nostro Signore Gesù Cristo è morto da infame, sul patibolo, che è diventato poi il simbolo della redenzione! Inginocchiatevi, tutti quanti! E segnatevi, avanti! E adesso pure io posso perdonare a chi mi ha fatto male. In primis, al Papa, che si crede il padrone del Cielo. In secundis, a Napulione, che si crede il padrone della Terra. E per ultimo al boia, qua, che si crede il padrone della Morte. Ma soprattutto, posso perdonare a voi, figli miei, che non siete padroni di un cazzo! E adesso, boia, mandami pure all'altro mondo, da quel Dio Onnipotente, Lui sì padrone del Cielo e della Terra, al quale – al posto dell'altra guancia – io porgo... tutta la capoccia!

(parola di Don Bastiano...)

lunedì 22 novembre 2010

da "Poesie di Svendborg" di Bertold Bretch

Chi sta in alto dice: pace e guerra
Sono di essenza diversa.
La loro pace e la loro guerra
Sono come il vento e la tempesta.
La guerra cresce dalla loro pace
Come il figlio dalla madre.
Ha in faccia
I suoi lineamenti orridi.
La loro guerra uccide
Quel che alla loro pace
è sopravvissuto.
________________________________________

La guerra che verrà
Non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
C’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente egualmente.
________________________________________

Quando chi sta in alto parla di pace
La gente comune sa
Che ci sarà la guerra.
Quando chi sta in alto maledice la guerra
Le cartoline precetto sono già compilate.
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Generale, il tuo carro armato è una macchina potente
Spiana un bosco e sfracella cento uomini.
Ma ha un difetto:
Ha bisogno di un carrista.
Generale, il tuo bombardiere è potente.
Vola più rapido d’una tempesta e porta più di un elefante.
Ma ha un difetto:
Ha bisogno di un meccanico.
Generale, l’uomo fa di tutto.
Può volare e può uccidere.
Ma ha un difetto:
Può pensare.

venerdì 19 novembre 2010

Monologo di Shylock da "il Mercante di Venezia" di William Shakespeare

Mi ha disprezzato e deriso un milione di volte;
ha riso delle mie perdite, ha disprezzato i miei guadagni e deriso la mia nazione, reso freddi i miei amici, infuocato i miei nemici.
E qual è il motivo? Sono un ebreo.
Ma un ebreo non ha occhi? Un ebreo non ha mani, organi, misure, sensi, affetti, passioni, non mangia lo stesso cibo, non viene ferito con le stesse armi, non è soggetto agli stessi disastri, non guarisce allo stesso modo, non sente caldo o freddo nelle stesse estati e inverni allo stesso modo di un cristiano?
Se ci ferite noi non sanguiniamo? Se ci solleticate, noi non ridiamo? Se ci avvelenate noi non moriamo? E se ci fate un torto, non ci vendicheremo?
Se noi siamo come voi in tutto vi assomiglieremo anche in questo.
Se un ebreo fa un torto ad un cristiano, qual è la sua umiltà? Vendetta.
La cattiveria che tu mi insegni io la metterò in pratica; e sarà duro ma eseguirò meglio le vostre istruzioni.

lunedì 15 novembre 2010

da "Don Chisciotte della Mancha" di M. Cervantes

Quando don Chisciotte si vide in campagna aperta, libero e sbarazzato dagli amorosi detti di Altisidora, parevagli di trovarsi nel suo centro e di sentirsi rinnovare il coraggio per proseguire le gesta delle sue cavallerie. Rivoltosi a Sancio gli disse:

La libertà, o Sancio, è uno dei doni più preziosi dal cielo concesso agli uomini: i tesori tutti che si trovano in terra o che stanno ricoperti dal mare non le si possono agguagliare: e per la libertà, come per l'onore, si può avventurare la vita, quando per lo contrario la schiavitù è il peggior male che possa arrivare agli uomini. Io dico questo, o Sancio, perché tu hai ben veduto co' tuoi occhi le delizie e l'abbondanza da noi godute nel castello or or lasciato; eppure ti assicuro che in mezzo a que' sontuosi banchetti e a quelle bevande gelate, sembravami di essere nello strettoio della fame. Io non gustava di alcuna cosa con quella soddisfazione con cui gustata l'avrei se fosse stata mia propia, mentre l'obbligo del dovere e della retribuzione ai benefici ed alle grazie ricevute sono altrettanti legami che non lasciano campeggiare l'animo libero. Beato colui cui ha dato il cielo un tozzo di pane senz'altro obbligo fuor quello di essergli grato.

Don Chisciotte della Mancha, dal CAPITOLO LVII "COME PIOVVERO SOPRA DON CHISCIOTTE TANTE VENTURE CHE L'UNA NON ASPETTAVA L'ALTRA."

lunedì 25 ottobre 2010

da "Saggio sull'arte di strisciare ad uso dei cortigiani" di Paul H. D. Holbach

Il cortigiano ha diverse anime. A volte è insolente e a volte è vile; può dar prova della più squallida avarizia e della più insaziabile avidità così come di un’estrema magnanimità, di una grande audacia come di una codardia vergognosa, di un’impertinente arroganza e della correttezza più calcolata; in poche parole egli è un Proteo, un Giano Bifronte o ancor meglio un Dio indiano raffigurato con sette volti differenti (…).
I filosofi, che spesso sono di cattivo umore, considerano in verità il mestiere del cortigiano come vile, infame, pari a quello di un avvelenatore. I popoli ingrati non percepiscono la reale portata degli obblighi propri di questi uomini generosi che, pur di garantire il buon umore del Sovrano, si votano alla noia, si sacrificano per i suoi capricci, immolano in suo nome onore, onestà, amor proprio, pudore e rimorsi; ma come fanno quegli ottusi a non rendersi conto del costo di tanti sacrifici? Non pensano al prezzo da pagare per essere un buon cortigiano? Qualunque sia la forza d’animo di cui si è dotati, per quanto la coscienza possa essere corazzata con l’abitudine a disprezzare la virtù e a calpestare l’onestà, per gli uomini ordinari resta comunque penoso soffocare nel cuore il grido della ragione. Soltanto il cortigiano riesce a tacitare questa voce inopportuna; lui solo è capace di un così nobile sforzo (…).
Un perfetto cortigiano è senza ombra di dubbio il più sorprendente degli uomini. Smettiamo di parlare dell’abnegazione dei devoti verso la Divinità: la vera abnegazione è quella del cortigiano verso il proprio padrone; guardate come si umilia in sua presenza! Diventa pura macchina, o meglio, si riduce a niente; attende di ricevere da quello la propria essenza, cerca di individuare nei suoi tratti caratteri che lui stesso deve assumere; è come una cera malleabile pronta a ricevere qualsiasi calco le si voglia imprimere (…).
Un buon cortigiano non deve mai avere un’opinione personale ma solamente quella del padrone o del ministro, e deve saperla anticipare facendo ricorso alla sagacia; ciò presuppone un’esperienza consumata e una profonda conoscenza del cuore degli uomini.
Un buon cortigiano non deve mai avere ragione, non è in nessun caso autorizzato ad essere più brillante del suo padrone o di colui che gli dispensa benevolenze, deve tenere ben presente che il Sovrano e più in generale l’uomo che sta al comando non ha mai torto.
Il cortigiano ben educato deve avere uno stomaco tanto forte da digerire tutti gli affronti che il suo padrone vorrà infliggergli (…). Per vivere a Corte è necessario un dominio assoluto dei mucoli facciali, al fine di ricevere senza battere ciglio le peggiori mortificazioni. Un individuo rancoroso, dal brutto carattere o suscettibile, non riuscirà mai a fare carriera.
La nobile arte del cortigiano, l’oggetto essenziale della sua cura, consiste nel tenersi informato sulle passioni e i vizi del padrone, per essere in grado di sfruttarne il punto debole: a quel punto sarà certo di detenere la chiave del suo cuore. Gli piacciono le donne? Bisogna procurargliene. E’ devoto? Bisogna diventarlo o fare l’ipocrita. E’ di temperamento ombroso? Bisogna instillargli sospetti riguardo a tutti coloro che lo circondano. E’ pigro? Non bisogna mai parlargli di lavoro; in poche parole, lo si deve servire secondo i suoi desideri e soprattutto adularlo continuamente. Se è uno stupido non si rischia nulla a prodigargli lusinghe anche del tutto ingiustificate, ma se per caso fosse arguto o di buon senso – si tratta in verità di un’eventualità remotissima - sarebbe opportuno prendere qualche precauzione.
Il cortigiano deve ingegnarsi per essere affabile, affettuoso e educato con tutti coloro che possono aiutarlo o nuocergli; deve mostrarsi arrogante soltanto con chi non gli serve a niente. Deve conoscere a memoria il prezzo di tutti quelli che incontra, deve salutare con reverenza la cameriera di una Dama in auge, chiacchierare amichevolmente con il portiere o il valletto del ministro, accarezzare il cane dell’alto funzionario, inoltre non gli è permesso distrarsi un attimo, la vita del cortigiano è un perpetuo impegno (…).
I cortigiani non trovano nulla di meschino in tutto ciò che fanno per il Principe; che dico? Si inorgogliscono nell’esercizio dei più infimi incarichi presso l’adorata persona; giorno e notte aspirano alla gratificazione di essergli utile; lo scortano, si atteggiano a intermediari compiacenti di ogni suo piacere, si attribuiscono le sue sciocchezze o si affrettano ad approvarle; in poche parole, il buon cortigiano è talmente assorbito dall’idea del dovere, che spesso si sente fiero nel compiere atti disprezzati anche dal più leale servitore. Lo spirito del Vangelo è l’umiltà; il Figlio dell’Uomo ci ha detto che chi si esalta sarà umiliato; il contrario è altrettanto vero, e la gente di Corte segue alla lettera tale precetto: smettiamo di sorprenderci che la Provvidenza ne ricompensi generosamente la duttilità, e che dalla loro abiezione conseguano onori, ricchezza e stima da parte degli Stati bene amministrati.


-Paul Heinrich Dietricht Holbach (nome francesizzato in Paul Henri Thiry d’Holbach, 1723-1789)
-Questo opuscolo, il cui titolo originale è « Essai sur l’art de ramper, à l’usage des courtisans. Facétie philosophique tirée des manuscrits de feu monsieur le Baron d’Holbach » venne pubblicato postumo nel quinto tomo della « Correspondance littéraire, philosophique et critique, adressée à un souverain d’Allemagne » di F.M. Grimm e Diderot, quest’ultimo grande amico del Barone d’Holbach, che aveva nascosto tra le sue carte queste « facezie filosofiche ».

lunedì 18 ottobre 2010

"Eroe è colui che non si arrende" di Erri De Luca

Anche quando la vita sembra una lotta contro i mulini a vento, eroe è colui che non si arrende, che ogni volta si rimette in piedi e prosegue il suo viaggio, incurante degli ostacoli, incurante della sconfitta. Invincibili sono tutti coloro che hanno ereditato l'ostinazione di don Chisciotte. Invincibili sono, per esempio, i migranti, uomini e donne che attraversano il mondo a piedi per raggiungerci e non si fanno fermare da nessun campo di prigionia, da nessuna espulsione, da nessuna legge, da nessun annegamento, perché li muove la disperazione e vanno a piedi.
(Erri De Luca)

martedì 28 settembre 2010

"Nota di Geografia" di Erri De Luca

Le coste del mediterraneo si dividono in due,
di partenza e di arrivo, però senza pareggio:
più spiagge e più notti d’imbarco, di quelle di sbarco,
toccano Italia meno vite di quante salirono a bordo.
A sparigliare il conto la sventura e noi parte di essa
Eppure Italia è una parola aperta, piena d’aria.

[da SOLO ANDATA, ERRI DE LUCA]

lunedì 10 maggio 2010

"Due parti di idrogeno ed uno di ossigeno" di Marco Paolini & Mercanti di Liquore

Nei mari della luna i tuffi non si fanno
non c'è una goccia d'acqua i pesci non ci stanno
che magnifico mare, che magnifico mare

Nei mari della luna i tuffi non si fanno
non c'è una goccia d'acqua i pesci non ci stanno
che magnifico mare, per chi non sa nuotare...

Il corpo umano è fatto al 90% di acqua, succhi, saliva e sputi…
Portatemi sulla riva, gnari, sul confine dove l’acqua tocca la terra, dove l’asciutto diventa bagnato.
Domani qua metteranno il cartello: Privato.
Ma di chi è l’acqua, perché non riesco a non pensare che questa non sia roba da vendere e comprare. Intuisco che è così, ma perché non può esserlo?
Dammi una buona ragione. E lui:

“Per la sua eguaglianza universale, per l'indipendenza di ogni particella dalle altre, solo due parti di idrogeno per una di ossigeno.
Per la libertà del suo stato liquido, solido, gassoso, nel ciclo della pioggia e nelle correnti;
Per la variabilità di quiete e tempesta;
Per la consapevolezza della sua massa gigantesca tre a uno, 3 a 1 fisso dell’acqua sulle terre emerse;
Per la grandezza di ogni orizzonte marino che diventa oceano;
Per il suo essere linea, confine, finis terrae che disegna il mondo conosciuto;
Per i pesci, i mammiferi marini, le capacità di sciogliere i sali, trattenere lo zucchero, la stanchezza umana e i rifiuti organici;
Per la sua spinta dal basso verso l’alto uguale alla massa del liquido spostato;
Per la commovente resistenza dei ghiacciai ai mutamenti climatici per niente scontati;
Per la pazienza del bagnasciuga a Ferragosto;
Per la dignità in memoria del nome dei fiumi avvelenati e seccati in modo per niente scontato o mal calcolato;
Per la capacità di azione e reazione dei geiger, maremoti, tempeste, tsunami, alluvioni, Katrina e Rita;
Per il mistero delle sorgenti prosciugate da grandi opere per niente scontate e mal calcolate;
Per l’umidità dell’aria, per la nebbia, la rugiada, le nevi, la grandine;
Per la capacità di lavare, togliere la sete, di spegnere il fuoco,nutrire le piante;
Per essere risorsa, diritto, elemento fondante come aria e come l’aria di difficile conversione in merce.
Infatti che prezzo si può dare al vapore, alla nebbia, alla nube, alla pioggia, al nevischio, alla grandine… la grandine, nel bilancio idrico dei potenti, sarà un costo o un ricavo?
Il suo essere bene indiviso nei secoli di antiche civiltà che fermavano la proprietà sulle rive dei fiumi, non l’ha salvata dall’essere merce nell’ultima frontiera dell’West, dove per la prima volta nella storia, chi arrivava alla terra diventava anche padrone dell’acqua purché avesse un fucile
per difenderla; i nativi d’America erano esclusi dalla gara, perché, partendo in loco, erano troppo avvantaggiati.
Così la possibilità di venderla e comprarla è un’idea che fa proseliti.
Per bere dovremo stappare!
L’acqua da imbrigliare, arginare, deviare, sbarrare, intubare, prelevata alla fonte, i rivoli invisibili che mettono i fiumi nell’imbarazzo di non riconoscere mai la foce, ma quale delta o estuario!
Il prezzo… Difficile non pensare alle conseguenze di svalutazione dell’intera razza umana, dal momento che essa rappresenta il 90% di ogni corpo umano.
Dunque che prezzo dare alla vita? Che valore più o meno? Pagandola bene, sei bottiglie di acqua minerale, non è male, conviene!
E la scadenza? Se è merce avrà una scadenza. Che faremo allora degli stagni pestilenziali, delle lagune museo, delle pozzanghere inquinate, ma soprattutto dell’acqua dei vasi da fiore andata a male… nel bilancio idrico contabile del pianeta, dove le mettiamo, a costo o a ricavo?”

venerdì 7 maggio 2010

"Si può solo abolire" di A. Einstein

La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire
(A. Einstein, 1932)

"E se ci diranno" di Luigi Tenco

E se ci diranno
che per rifare il mondo
c'è un mucchio di gente
da mandare a fondo
noi che abbiamo troppe volte visto ammazzare
per poi sentire dire che era un errore
noi risponderemo noi risponderemo
no no no no

E se ci diranno
che nel mondo la gente
o la pensa in un modo
o non vale niente
noi che non abbiam finito ancora di contare
quelli che il fanatismo ha fatto eliminare
noi risponderemo
no no no no

E si ci diranno
che è un gran traditore
chi difende la gente
di un altro colore
noi che abbiamo visto gente con la pelle chiara
fare cose di cui ci dovremmo vergognare
noi risponderemo noi risponderemo
no no no no

E se ci diranno che è un destino della terra
selezionare i migliori attraverso la guerra
noi che ormai sappiamo bene che i più forti
sono sempre stati i primi a finir morti
noi risponderemo, noi risponderemo
no no no no

lunedì 12 aprile 2010

Il calabrone

PER LA FISICA IL CALABRONE NON POTREBBE VOLARE PERCHE' HA UNA MASSA CORPOREA TROPPO GRANDE RISPETTO ALLE SUE PICCOLE ALI, MA IL CALABRONE NON LO SA E QUINDI VOLA

martedì 23 marzo 2010

da "Addio" di Francesco Guccini

[...]

io dico addio a tutte le vostre cazzate infinite,
riflettori e paillettes delle televisioni,
alle urla scomposte di politicanti professionisti,
a quelle vostre glorie vuote da coglioni...

E dico addio al mondo inventato del villaggio globale,
alle diete per mantenersi in forma smagliante
a chi parla sempre di un futuro trionfale
e ad ogni impresa di questo secolo trionfante,
alle magie di moda delle religioni orientali
che da noi nascondono soltanto vuoti di pensiero,
ai personaggi cicaleggianti dei talk-show
che squittiscono ad ogni ora un nuovo "vero"
alle futilità pettegole sui calciatori miliardari,
alle loro modelle senza umanità
alle sempiterne belle in gara sui calendari,
a chi dimentica o ignora l'umiltà...

[...]

Io dico addio a chi si nasconde con protervia dietro a un dito,
a chi non sceglie, non prende parte, non si sbilancia
o sceglie a caso per i tiramenti del momento
curando però sempre di riempirsi la pancia
e dico addio alle commedie tragiche dei sepolcri imbiancati,
ai ceroni ed ai parrucchini per signore,
alle lampade e tinture degli eterni non invecchiati,
al mondo fatto di ruffiani e di puttane a ore,
a chi si dichiara di sinistra e democratico
però è amico di tutti perché non si sa mai,
e poi anche chi è di destra ha i suoi pregi e gli è simpatico
ed è anche fondamentalista per evitare guai
a questo orizzonte di affaristi e d'imbroglioni
fatto di nebbia, pieno di sembrare,
ricolmo di nani, ballerine e canzoni,
di lotterie, l'unica fede il cui sperare...

mercoledì 17 marzo 2010

da “IL PORTO DEI DESTINI SOSPESI”

“Scriveva poesie”

Zaher aveva sedici anni, ma aveva imparato presto a mentire alla polizia, dichiarava di averne solo tredici, perché per i ragazzini più giovani, una volta oltrepassata la frontiera dell'Europa, è più semplice trovare assistenza presso le comunità di accoglienza per minori gestite da associazioni o dalle istituzioni pubbliche.
Nelle tasche dei pantaloni viaggiavano con lui i compagni di un'infanzia che gli era stata negata: un uccellino bianco e nero, un leone, una giraffa e un'alce, statuette di plastica che portava sempre con sé e che gli permettevano di sfuggire ogni tanto da questo mondo crudele che costringe i ragazzini come lui a diventare adulti all'improvviso, quando decidono di lasciare la famiglia, gli amici, la propria terra e a rischiare la loro stessa vita in viaggi disperati e difficilissimi, che troppo spesso terminano con morti assurde e silenziose.

Zaher fuggiva da una guerra. Un hazara, afghano di Mazar-i-Sharif, fuggiva dalla pulizia etnica perpetrata nei confronti del suo popolo. Si era trasferito in Iran e aveva trovato lavoro come saldatore, da lì era partito alla volta della Turchia e di nuovo fino in Grecia. Lì capisce che non potrà restare ancora molto al centro per minori, che in Grecia non c'è futuro per gente come lui, clandestini del mondo, e guarda all'Europa come a una terra promessa, un grande sogno da cui lo separa solo una notte di navigazione e qualche chilometro da trascorrere appeso ai semiassi di un camion, un'impresa che gli sembra decisamente affrontabile se paragonata a tutte le traversie ed i pericoli dai quali fino a quel momento è riuscito a scappare.
Oltre al suo piccolo zoo, in tasca tiene sempre anche un taccuino, sul quale sono ancora appuntati schizzi e misure di quando faceva il saldatore, e su cui ora riporta versi di bellissime poesie in persiano antico.

Giardiniere, apri la porta del giardino
Io non sono un ladro di fiori
Io stesso mi son fatto rosa.

Nel registro di bordo della nave su cui viaggia Zaher Rezai il 9 dicembre 2008, non ci sono tracce del suo passaggio. C'è riuscito, ha passato tutti i controlli, ce l'ha quasi fatta. Mancano sette chilometri alla libertà. E l'ironia della sorte vuole che buona parte di quei sette chilometri siano costituiti da un ponte che della Libertà porta proprio il nome, e che separa virtualmente la frontiera, il mare, la Grecia, il suo passato, dalla terraferma, l'Italia, l'Europa, il futuro.

Questo corpo così assetato e stanco
forse non arriverà fino all'acqua del mare.
Non so ancora quale sogno mi riserverà il destino
Ma promettimi, Dio, che non lascerai finisca la primavera.
Oh mio caro, che dolore riserva l'attimo dell'attesa
Ma promettimi, Dio, che non lascerai finisca la primavera.

Zaher è appeso a un metro e mezzo dal cemento che scorre impazzito sotto di lui, fa freddo ed è esausto. Intorno a lui luccicano le piccole onde scolpite dalla brezza marina della laguna che come una madre premurosa, stringe Venezia e le sue isole in un tenero abbraccio, quasi a volerle proteggere dalle insidie del mare aperto. Ma Zaher non riesce a vedere altro che l'asfalto nero, freddo e bagnato scorrere veloce sotto di sé, troppo veloce, troppo vicino. La nave ha attraccato con un ulteriore ritardo di dodici ore su un viaggio che già di per sé ne prevede quarantotto. La cintura alla quale è assicurato all'autocarro dà segni di cedimento, o forse è lui stesso che la allenta, quando in via Orlanda il semaforo è rosso e a Zaher sembra proprio il momento adatto per saltare. Per concludere il viaggio. E così sarà. Le ultime frasi riportate sul suo taccuino sembrano proprio voler celebrare un inno alla vita:

Tanto ho navigato, notte e giorno, sulla barca del tuo amore
che o riuscirò in fine ad amarti o morirò annegato.
Giardiniere, apri la porta del giardino;
io non sono un ladro di fiori,
io stesso mi sono fatto rosa,
non vado in cerca di un fiore qualsiasi.

giovedì 11 marzo 2010

da "porci con le ali" di Marco Radice Lombardo e Lidia Ravera

"Piccolo naso, occhi mutevoli, nell'arco che va dal grigio al nero passando per l'incazzato"

martedì 9 marzo 2010

da "Solo andata" di Erri De Luca

Vogliono rimandarci, chiedono dove stavo prima,
quale posto lasciato alle spalle.

Mi giro di schiena, questo è tutto l’indietro che mi resta,
si offendono, per loro non è la seconda faccia.

Noi onoriamo la nuca, da dove si precipita il futuro
che non sta davanti, ma arriva da dietro e scavalca.

Devi tornare a casa. Ne avessi una, restavo.
Nemmeno gli assassini ci rivogliono.

Rimetteteci sopra la barca, scacciateci da uomini,
non siamo bagagli da spedire e tu nord non sei degno di te stesso.

La nostra terra inghiottita non esiste sotto i piedi,
nostra patria è una barca, un guscio aperto.

Potete respingere, non riportare indietro,
è cenere dispersa la partenza, noi siamo solo andata.

venerdì 5 marzo 2010

Ghandi

«Questo pianeta ha abbastanza risorse per tutti, ma non ne ha abbastanza per l'avidità di pochi».

Ghandi

mercoledì 3 marzo 2010

Cirano di Bergerac

Dalla scena VIII del Cirano di Bergerac di Rostand

LE BRET: Se tu provassi a mettere un po’ da parte questo tuo animo da moschettiere, Cirano, il successo e gli onori ti…

CIRANO: E che dovrei fare? Cercarmi un protettore? Trovarmi un padrone? Arrampicarmi oscuramente, con astuzia, come l’edera che lecca la scorza del tronco cui si avvinghia, invece di salire con forza?

No, grazie.

Dedicare versi ai ricchi come qualsiasi opportunista? Fare il buffone nella speranza vile di veder spuntare sulle labbra di un ministro un sorriso che non sia minaccioso?

No, grazie.

Mandar giù rospi tutti i giorni? Logorarmi lo stomaco? Sbucciarmi le ginocchia per il troppo genuflettermi? Specializzarmi nel piegare la schiena?

No, grazie.

Accarezzare la capra con una mano e annaffiare il cavolo con l’altra? Avere sempre a portata di mano il turibolo dell’incenso in attesa di potenti da compiacere?

No, grazie.

Progredire di girone in girone, diventare un piccolo, grande uomo da salotto, navigare avendo per remi madrigali e per vele sospiri di vecchie signore?

No, grazie.

Farmi pubblicare dei versi a pagamento dall’editore Sercy?

No, grazie.

Farmi eleggere papa da un concilio di dementi in una bettola?

No, grazie.

Affaticarmi per farmi un nome con un sonetto invece di scriverne degli altri? No, grazie.
Trovare intelligente un imbecille? Essere angosciato dai giornali e vivere nella speranza di vedere il mio nome apparire sulle riviste letterarie?

No, grazie.

Vivere di calcolo, ansia, paura? Anteporre i doveri mondani alla poesia, scrivere suppliche, farmi presentare?

No, grazie. Grazie, grazie, grazie, no!

Ma invece… cantare, ridere, sognare, essere indipendente, libero, guardare in faccia la gente e parlare come mi pare, mettermi – se ne ho voglia – il cappello di traverso, battermi per un sì per un no o fare un verso!
Lavorare senza curarsi della gloria e della fortuna alla cronaca di un viaggio cui si pensa da tempo, magari nella luna!
Non scrivere mai nulla che non sia nato davvero dentro di te! Appagarsi soltanto dei frutti, dei fiori e delle foglie che si sono colte nel proprio giardino con le proprie stesse mani!
Poi, se per caso ti arriva anche il successo, non dovere nulla a Cesare, prendere tutto il merito per te solo e, disprezzando l’edera, salire – anche senz’essere né una quercia né un tiglio – salire, magari poco, ma salire da solo!

martedì 2 marzo 2010

"Invictus" di W.E. Henley


Out of the night that covers me,
Black as the pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.


In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbow'd.



Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds and shall find me unafraid.



It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.



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Dal profondo della notte che mi avvolge
buia come il pozzo più profondo che va da un polo all'altro
ringrazio quali che siano gli dei
per la mia inconquistabile anima.

Nella morsa delle circostanze,
non mi sono tirato indietro, né ho pianto.
Sotto i colpi d'ascia della sorte,
il mio capo sanguina, ma non si china.

Più in là, questo luogo di rabbia e lacrime
appare minaccioso ma l'orrore delle ombre
e anche la minaccia degli anni
non mi trova e non mi troverà spaventato.

Non importa quanto sia stretta la porta...
quanto piena di castighi la vita.
Io sono il padrone del mio destino.
Io sono il capitano della mia anima»